Beauty and the Beast

Era il 1987, avevo 13 anni ed ero completamente rapita dalla serie tv La bella e la Bestia,  versione moderna della fiaba ambientata a New York. Catherine e Vincent. Vincent e Catherine.

Vincent che appariva di notte sulla terrazza di Catherine. Vincent che arrivava sempre quando c’era bisogno di lui. Vincent con la voce profonda che le leggeva i libri. Vincent con le mani enormi che le accarezzava i capelli. Vincent con il ruggito animalesco. Vincent, pacatezza e aggressivitá, sguardo dolce e tenebroso, corpo possente e animo fragile.

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Era il 1991, avevo 18 anni e una tremenda cotta per il mio fisioterapista. Lui aveva 23 anni e stava per andare a lavorare in Germania o Svizzera (non ricordo esattamente). Stava comunque per partire. Ai miei occhi era la mia bestia. Non che fosse brutto e peloso, anzi. Ma era strano, diverso da tutti gli altri. Non andava a ballare, non beveva, non aveva una compagnia di amici cazzoni con cui guardare le partite di calcio. Lui stava tanto solo e leggeva, aveva un bellissimo levriero dal pelo lungo e bianco, Milady. Il sabato pomeriggio la portavamo a correre nei boschi e a fare il bagno nel lago, ci sdraiavamo sulla riva con i piedi a mollo a chiacchierare, poi riportavamo Milady a casa. Lui mi regalava le rose del suo giardino. Di fronte a casa sua c’era una dependance, in inverno ci accoccolavamo sul divano di fronte al camino che lui accendeva sempre e mangiavamo le castagne. Lui aveva le mani grandi e io invece che tenergliele gli prendevo solo il pollice e mi facevo portare in giro per la sua vita così. La realtá è che lui stava per partire, era una relazione non relazione con una data di scadenza. Niente balle, niente promesse, niente aspettative. All’inizio dell’estate lui partì per la sua vita e io ritornai alla mia. Ma andammo a vedere La Bella e la Bestia insieme e nella mia “mente da Belle” oltre a Vincent e al fisioterapista si aggiunse anche la bestia della Disney.

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Ė il 2017 e ho 42 anni. Oggi sono andata a vedere Beauty and the Beast con Emma e la mia amica Claudia#Daniela. Emma è al suo primo film in 3D. All’inizio è spaventata dagli oggetti che le volano addosso, mi stringe forte la mano, ride nervosa. Poco a poco si rilassa e ci lasciamo rapire da questa meravigliosa fiaba. Il castello stregato, Lumiere e Tockins, Mrs.Potts e Chip, la bestia, le canzoni, Gaston che fa ridere, Le Fou che è meravigliosamente gay. La Disney ha inaspettatamente saputo inserire un personaggio marcatamente gay con naturalezza, sensibilitá ed umorismo.

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Io e Claudia#Daniela siamo in lacrime. Abbiamo il nostro bel bagaglio di Vincent e Fisioterapisti a renderci il pianto facile. Emma mi tocca il braccio di colpo e mi dice spaventata:

“Mamma mi viene da piangere e non riesco a trattenermi”

“Amore piangi. Ė normale, è il bello dei film, la magia, lasciarsi travolgere dalle emozioni”

Così piange a dirotto pure lei, la mia donnina, la prossima vittima di Vincent e di un fisioterapista/bestia di chissá quale parte del mondo.

Finisce il film e noi tre donne facciamo un summit psico/sentimentale delle emozioni che ci sono appena cadute addosso. Emma tira le conclusioni per noi:

“Non so di chi mi innamorerò ma sicuramente non di un cretino che si canta da solo le canzoni guardandosi allo specchio”

“Brava Emma, hai capito tutto” dice Claudia#Daniela.

“E poi lui era più bello da Bestia”

E qui viene fuori tutto il mio orgoglio di mamma. Perchè ho sempre pensato che se una Belle si innamora di una Bestia, del suo sguardo, della sua voce, del suo essere animale e uomo insieme, allora vuole la bestia, non un banalissimo principe biondo con i capelli lunghi.

Vogliamo più Vincent e meno principi. Più difetti e meno perfezione. Più risate in biblioteca mano nella mano e meno balli in maschera. Più uomini tenebrosi e meno cazzoni.

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Brava Emma che lo sai giá. Te lo dice la tua mamma, una Belle di 42 anni che si veste ancora di giallo.

Certo che se sbuffassi meno e sorridessi di più magari Vincent una notte di queste viene a trovarmi sulla terrazza. Forse dovrei cantare ogni tre secondi come nei film della Disney….vabbè va, Vincent, io sbuffo, tu vieni quando vuoi.

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Auguri donne

Basta poco ad una donna per essere felice.

Un vestito rosa pieno di paillettes dorate che quando giri forte gonfia tutta la gonna.

Per ognuna di noi l’abito rosa rappresenta qualcosa di diverso: un lavoro, un uomo o una donna che ci ama, una fetta di pizza, una birra con l’amica, ridere forte, delle scarpe col tacco 12 che non fanno male ai piedi, rimanere incinta, non rimanere incinta, comprare una macchina, avere un cucciolo, dormire al mattino, un messaggio su wapp, una mail inaspettata, un’ora di yoga, fare shopping, pianificare una vacanza, finire di pagare il mutuo, mangiare cioccolato senza sensi di colpa, sesso, un bel libro, un film sul divano, una biro profumata, un sorriso, un treno puntuale, un esame all’universitá che va bene, un pacco da Amazon, una giornata di sole, un bicchiere di vino rosso, qualcuno che fa le pulizie per noi, il cane caldo che ti si accucciola addosso sul divano, i figli che ti abbracciano, i boccioli dei fiori che spuntano in primavera, il mare, fare sport, ballare.

Niente mimose.

Alla fine siamo semplici. L’unico problema è che il vestito rosa che desideriamo, cambia colore e forma ogni giorno, a volte ogni ora. Sta a voi scoprire se è una pizza o un libro.

D’altronde siamo donne. Auguri a tutte.

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Uno splendido disastro – quasi recensione di un libro

Sulla metropolitana di Hong Kong tutti guardano il telefonino. A Shanghai era diverso, tanti, la maggior parte in effetti, facevano lo stesso, ma poi incontravi l’anziano che si limava le unghie, la signora che risucchiava i noodles da un sacchetto di plastica, il tizio del fake market che trasportava 1000 borse di Luis Vuitton compresse nel cellofan, quelli che dormivano con la ventosa attaccati al finestrino per non fare cadere la testa.

Hong Kong è più fighetta, quindi tutti con gli occhi incollati all’Iphone.

Ammetto lo faccio anch’io.  Ma essendo pure una gran lettrice, ho spesso la testa immersa nel Kindle.  L’altra settimana per la prima volta ho visto un signore leggere il Kindle…ci siamo sorrisi, riconosciuti, gli ultimi superstiti  umani  sulla metropolitana di Trappist – 1

Mi sarei dovuta sentire euforica come se avessi trovato lo stracchino al supermercato.  Avrei dovuto crogiolarmi nella consapevolezza di essere due e non più uno, come se distinguessi i lineamenti del viso di un amico che vive a Milano  in mezzo alla folla cinese che attraversa Time Square a Causeway Bay.

Invece no. Perché il Kindle non è un libro ma un oggetto tecnologico sensa spessore, peso, odore, copertina; un libro è un’altra cosa. Per caritá è comodo, lo porti ovunque, non pesa, puoi comprare libri ogni secondo, puoi leggere l’estratto prima di comprare. Per un expat è come aria fresca delle dolomiti.

Prima di convertirmi al Kindle caricavo la valigia di libri, invece che di parmigiano e salame. Passavo gli ultimi giorni delle vacanze italiane in libreria a scegliere, sfogliare e odorare le pagine, cercare di capire quanti libri, di che autori, di che genere avrei avuto bisogno per un anno intero. Mica facile. Così ho comprato tante cose che lucidamente non avrei mai comprato, ma l’idea di rimanere senza un libro da leggere con la voglia di leggere mi angosciava. Fra questi libri comprati “ad minchiam” ne ho trovato uno che non ho mai letto. L’ultimo rimasto, un superstite abbandonato nella polvere degli scaffali da tre anni. Mi illumino. Evvivaaaaaa! Mi vedo giá a sfrecciare per la cittá con un tomo di carta nella borsetta. Mi immagino le facce allibite degli hongkonghini. Giuro che metto nel cassetto il Kindle e mi ci butto a capofitto dentro queste pagine di carta stampata.

Lo prendo e lo guardo.  Jamie McGuire – Uno splendido disastro.

E che cazzo è?metro

Voglio dire, non l’ho comprato io dai…me lo avranno regalato. Eppure sulla copertina c’è appiccicato un bel bollino rosso con il prezzoscontato del 20% (ipercoop).

Mmmmhhhh. Leggo qua e lá. Ottime recensioni. Pessime recensioni. Scopro che la Jamie ha avuto talmente tanto successo con questo libro che poi ha scritto la trilogia del “disastro”:

  • Il mio disastro sei tu
  • Un disastro è per sempre
  • L’amore è un disastro

E poi, non avendone abbastanza, eccola produrre una nuova avvincente trilogia:

  • Uno splendido sbaglio
  • Un indimenticabile disastro
  • Il disastro siamo noi

Lo so lo so fra tutti sti disastri e sbagli viene da confondersi.  Deve essere un stato così anche per me… un  imperdonabile follia, un momento disastroso, un fortuito lancio nel carrello.

No dai stavo male….il primo libro di una trilogia romantica? Io che non ho mai neanche letto quella porno/erotica dei vari toni del grigio?

Io leggo Stephen King. Ogni volta che passo vicino ad un tombino lo salto, non si sa mai.

Jo Nesbo lo vorrei come vicino di casa.

Il libro romantico per eccellenza è Ti prendo e ti porto via del Nic (Ammaniti) e mi ha spezzato il cuore perché non mi aspettavo del romanticume qui…fango e sangue si, lacrime no. Maledetto Nic.

Parliamo di film: chili e chili di Tarantino, qualche foglia di super eroi vari (ammetto di aver guardato pure l’uomo formica…), Stranger Things, un gnocco possibilmente preso da Winterfell, e poi tutta la magia che trovate, Harry Potter, Star Wars, Hunger Games, possibilmente tutto mischiato e cotto nel vulcano di Mordor.

Il pranzo è servito.

Si beh, poi c’è Grey’s Anatomy…Derek…

……

Lasciatemi due minuti per riprendermi che sono ancora in lutto….

……

Torniamo al libro, ecco.

Il protagonista si chiama Travis. Super muscoloso, tatuato, tenebroso ma con un sorriso che ti stende, fa a botte per pagarsi il college, guida la Harley, ha un passato familiare inquietante, gliela danno tutte. Ovviamente per concludere il quadro della perfezione, è pure un genio a scuola. Prende sempre il massimo dei voti e non studia mai. Si innamora di lei, l’unica che apparentemente non lo vuole.

La protagonista si chiama Abby, ha 18 anni, è tutta casa /college, si veste con i cardigan rosa e mette le perle. Vive nel dormitorio del college con le amiche. Non la da via mai, non è una secchiona brufolosa come ci si potrebbe aspettare. Si fa dare ripetizioni di biologia da lui…figuriamoci. Fa la preziosa, ma se lui non le sta intorno si offende. Se lui ci prova si offende. Se lui va con un’altra si offende.

Faccio una breve riflessione… a 20 anni io vivevo con gli asini, andavo in giro in tuta e non con il cardigan rosa, passavo le serate al Porky’s, ridevo sguaiatamente, mi divertivo molto, dormivo poco, il più del tempo lo passavo giocando a basket.

Chi ci veniva a trovare doveva citofonare Famiglia Asini. Avevamo anche noi il nostro momento romantico, infatti  guardavamo una volta a settimana Dirty Dancing.

Ma non è come credete voi, nessuno piangeva, nessuno era innamorato del bel Patrick Swayze (anche se gnocco era gnocco), nessuna voleva fare la ballerina.

Mi spiego meglio.

 Quando fai parte di una squadra di basket, soprattutto se femminile, devi un po’ seguire, comprendere, accettare, tutte le manie, i cambi ormonali, le superstizioni di tutte le compagne. In più noi avevamo la Barso.

Barso Rambo Barsotti aveva tutti i riti propiziatori possibili e immaginabili utili secondo lei, a vincere il campionato, e doveva praticarli tutti prima di ogni singola partita. Per citarne alcune: consumava la stessa cena tutte le sere prima della gara. Sotto alla divisa ufficiale aveva una canotta giallo canarino di quando era alle medie, bucata e ricucita 1000 volte. Si tagliava le unghie con il tronchesino in spogliatoio durante il discorso del coach. Doveva prendersi il primo tiro da tre della partita e se lo metteva avremmo perso.

Rambo dormiva a casa Asini un paio di notti a settimana.  La convivenza con lei ci ha segnate.

La sera prima dell’inizio del campionato abbiamo mangiato gli spaghetti e ne abbiamo tirato uno sul soffitto per controllarne la cottura (per chi non lo sapesse, se lo spaghetto è al dente si appiccica al soffitto e non scende più…ma mai più). Alla fine del campionato sul soffitto c’era tutto il magazzino della Barilla.

La stessa fatidica sera guardammo Dirty Dancing. Vincemmo. Il film ci seguiva, a casa sul divano quando giocavamo ad Alessandria, sul pullman in viaggio quando si giocava in trasferta. Pure l’autista lo sapeva a memoria, dopo la sosta all’autogrill risalendo ci chiedeva se avevamo portato un cocomero.

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I fratelli Damato canticchiavano “I have the time of my lifeeeeee”.

Sgavicchia (il coach) bestemmiava.

Quando lo guardavamo in casa ci era concesso di distrarci un minimo, partitone a mercante in fiera, chiacchiere, risate. L’unica cosa obbligatoria era ballare a turno la canzone finale con Giangi. Anche qui, per farvi capire il livello di romanticismo, dovrei spiegarvi chi era Giangi.

Giangi era l’uomo di casa. Un po’ di tutte un po’ di nessuna. Chiariamoci, nessuna di noi ci è mai andata a letto. Lui era il fratellone. Il protettore. Stava li, nell’angolino del soggiorno, appoggiato alla tappezzeria marrone anni 70, mezzo nascosto dall’abete (non avevamo il ficus benjamin ma l’abere nano), pronto a scattare fuori in caso di pericolo e a salvarci. E sempre pronto a ballare. Sapeva fare un salto alla “ti fidi di me” invidiabile.

ti fidi

Quando Jhonny dice: “nessuno può mettere Baby in un angolo”  noi scattavamo a prendere Giangi dal suo angolo e via….balli sfrenati. Balli proibiti.

Vi parlerei anche dell’abete se avete tempo, poi giuro torno al libro.

Era Natale, non avevamo l’albero e nemmeno i soldi per comprarlo. Ma la pizzeria del dopo partita ne aveva due di fianco all’ingresso molto belli. Due abeti veri, nani, giá addobbati, interrati in splendidi vasi di cemento grigio con la scritta “all you need is love”. E cosa se ne fanno di due abeti loro?

E’ Natale, sharing is caring.

Essendo molto, ma molto occupate di giorno, una notte andammo  insieme al preparatore atletico e al suo capiente furgoncino a ritirare il nostro abete. I titolari della pizzeria lo avevano gentilmente lasciato fuori per noi, caricarlo sul furgoncino fu semplice, meno trascinarlo al quarto piano senza ascensore.

Nic: no cazzo ragazze vi fate male alla schiena.

Asini: Niiiiicccccccc. Aiutaci.

Nic: no cazzo ragazze se vi fate male mi licenziano.

Asini: Niiiiiccccccc, piantala e spingi da sotto.

Nic: siete tre asini.

Asini: hiiiiii hoooooo

Poi l’illuminazione. Il nostro vicino di casa, soprannominato Peo Pericoli per il monociglio, era un omone di 150 chili, ex galeotto, ladro di appartamenti, con un arsenale di armi sotto al letto, due dobermann (nel palazzo ovviamente non si potevano tenere cani) e un grosso debole per noi e il nostro caffè.

Asini: Andiamo a svegliare Peo.

Nic: no cazzo ragazze, Peo no….e se si arrabbia e ci spara?

Asini: Niiiiiicccccc, Peo ci ama.

Qualche ora dopo eccoci a sorseggiare caffè con Peo, il Nic, Giangi e l’abete nell’angolino del salotto. Merry Christmas girls.

Ma torniamo al libro. Prima della recensione vorrei condividere con voi qualche frase illuminante che potrebbe diventare una di quegli aforismi che tanto si condividono sui social con i tramonti e le palme:

“Con i capelli castani cortissimi e gli avambracci tatuati, emanava sesso e ribellione.”

“Prima di tutto ho dei principi. Non sono mai stato con una donna brutta. Mai. Secondo volevo venire a letto con te.”

“Non d

Sapete una cosa, ho cambiato idea, niente recensione del libro…leggetevelo.

Non sono mica Amazon io.

ps. vi allego una foto riproduttiva dell’angolo del salotto, con Giangi, l’abete e il vaso. Enjoy.

angolo

 

 

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A cosa servono le mani

Ieri mattina ho fatto una lezione di meditazione diversa dal solito.

Ci siamo sdraiati con il blocco da yoga posizionato dietro alla schiena in modo da aprire il torace e il Chakra del cuore. Bisognava ripetere il Mantra legato a questo Chakra (YAM) continuamente e concentrare la mente sul cuore. Per chi non ha mai fatto meditazione probabilmente questo lascia perplessi, ad alcuni farà anche ridere. Ma quando ti trovi lì, segui attentamente le istruzioni della voce calda e rassicurante del Master, ti lasci cullare da questo Yammmmm continuo e ripetuto da 10 voci diverse, lasci che la vibrazione passi dalle tue labbra alla gola e giù fino al centro del tuo petto, rilassi il corpo e “lo perdi” sul tappetino, ecco allora la tua mente si svuota e davvero senti le emozioni liberarsi, il cuore aprirsi, la leggerezza arrivare. E sorridi. Sorridi per tutto il giorno a chiunque incontri per strada. Perché di colpo ti accorgi che “lasciare andare” davvero funziona, e che più sorridi più vivi.

Ieri sera ho fatto un massaggio ad una donna con il cancro al seno.

Sono stata agitata tutto il pomeriggio. Cosa fare, cosa non fare, cosa toccare,  non attivarle il sistema linfatico, quanto andare in profondità  fisica ed emotiva, sciogliere i muscoli e farle male (di nuovo) o stare leggera e rilassarla. Ma poi ci si può  rilassare in questa situazione?

Decido di portare un olio neutro, senza profumazioni forti che in questi casi possono dare fastidio o attivare ricordi. L’olfatto è un trigger incredibile per i ricordi, come la musica.

Mi apre la porta una donna sui 50 anni, capelli corti nero/grigi, arruffati, crespi,  in crescita. Tipici del post-chemio.

Ha le spalle ricurve in protezione. Del seno, del cuore, delle emozioni.

Ha degli splendidi occhi marroni luminosi, un sorriso raggiante e parla un inglese con forte accento francese che fa tenerezza. È decisamente più nervosa di me. Deve mostrare il corpo nudo ad una estranea. Mi dice imbarazzata che non riesce a sdraiarsi a pancia in giù, le fa male. Le sistemo un asciugamano sotto la pancia in modo da non schiacciare il seno.

Inizio a spalmarle l’olio e lei mi racconta che vive in Normandia ed è qui ad Hong Kong per fare un viaggio con le sue due sorelle. Un viaggio per “celebrare la vita”. Il cancro è andato, la chemio finita.

Chiudo gli occhi e lascio che la mani decidano cosa fare. Le lascio libere di andare in profondità dove credono, stare leggere, cambiare ritmo, lascio fare a loro. Perdo il senso del tempo, il massaggio dura molto di più di quello che dovrebbe. Adesso è supina, le sto massaggiando le gambe e nella penombra della stanza la vedo e mi colpisce come uno schiaffo in faccia: la cicatrice sul ginocchio. Un bel taglio da legamento crociato anteriore ricostruito.

Potrei essere io. Cazzo. Potremmo essere tutti noi. La tragedia della rottura del crociato, la tragedia del non giocare più a basket. Tutte cazzate.  Quando poco conterebbero queste cose con il cancro.

Celebrare la vita. Dovremmo farlo sempre, senza aspettare di lottare fra la vita e la morte.

Adesso le sto massaggiando il collo e le abbasso le spalle. E con un sospiro di sollievo lei le abbassa, il torace si allarga e sorride. Il Chakra del cuore. Sorride e sospira e dice, un po’ fra sé un po’ a me:

“It feels so good”

E mi sento felice. Ecco a cosa servono le mie mani. A fare sentire bene.

Sarà che anche il mio Chakra del cuore è aperto, ma mi sento tanto bene anche io.

Sono un pezzo del suo “viaggio per celebrare la vita”.

It feels so good.

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Compleanni moderni

I compleanni dei bambini sono sempre stati un evento. Quando eravamo piccoli, le feste erano tutte uguali e divertenti. Si facevano rigorosamente a casa del festeggiato, si mangiavano panini al latte con prosciutto cotto o salame tenuti insieme con lo stecchino, patatine, succhi di frutta e Coca Cola con la caffeina. Nessuno, a mia memoria, aveva allergie.

Giocavamo tutti insieme e nessuno si annoiava. Andavamo in cortile con la palla, l’elastico e la corda, anche in inverno. Nelle feste più organizzate c’era la caccia al tesoro. Organizzavamo spettacoli da far vedere ai genitori che erano sempre presenti, stavano seduti sul divano a chiacchierare fra di loro e non si impegnavano ad intrattenere i bambini.

Al giorno d’oggi organizzare una festa di compleanno è un’impresa stellare neanche fosse  la pianificazione per la realizzazione della Morte Nera. Ti devi muovere per tempo e prenotare il posto che va di moda (tappeti elastici, palestra da arrampicata, castelli gonfiabili, pattinaggio su ghiaccio, scivoli giganti) spedire gli inviti con largo anticipo per evitare l’odiosa risposta “scusa ma siamo già alla festa di Compleanno di Filippo che la fa al Laser Tag e ci ha invitato 6 mesi fa”.

Se decidi di evitare questi posti super costosi e rumorosi e tornare ai vecchi tempi della festa casalinga, allora devi abitare in un castello e affittare un paio di professioniste del settore che si occuperanno di intrattenere i bambini:

  • Un mago per i giochi di prestigio di dubbio gusto
  • L’odioso pagliaccio IT che trasforma i palloncini in fiori e spade (e che prima o poi se li trascinerà tutti nel tombino) it
  • La tipa del face painting che realizza farfalle glitterate e tigri feroci con il trucco tossico cinese, il quale si scioglierà dopo 5 secondi colando negli occhi e lasciando strisciate colorate sulle magliette di tutti
  • Il cugino di Cracco che sia in grado di cucinare una torta senza glutine, lattosio, arachidi e uova commestibile.

In più quando si vive all’estero si invitano bambini provenienti da paesi diversi, bisogna quindi tener conto delle varie culture. Per qualcuno i regali non vanno assolutamente aperti di fronte a chi te li ha fatti, per  altri assolutamente si e vanno anche ringraziati il giorno dopo tramite un bigliettino o un messaggio con un commento appropriato del tipo:

”Grazie per aver partecipato al compleanno di Giovannino! Giovannino davvero adora il trenino elettrico che gli avete così generosamente donato, era proprio quello che voleva! Giovannino ci giocherà travestito da capostazione per tutto l’inverno, vi manderemo delle foto per dimostrarvi quanto Giovannino  è  felice. Grazie, grazie per aver condiviso con noi un giorno speciale per Giovannino, non vi dimenticheremo mai”

Insomma, una tragedia!

Oppure fate come ho fatto io, ve ne sbattete.

Farei una premessa per chi non mi consce bene, io sono una Rottermaier rompicoglioni.

Obbligo le bambine a mettere a posto i giochi dopo averli usati, ad apparecchiare e sparecchiare il loro piatto, a colorare sul tavolo solo dopo aver messo la tovaglia cerata, a mangiare solo a tavola e non sul divano per le briciole. Per non parlare del cibo spazzatura….inesistente. Niente caramelle, biscotti dopo cena, tortine. Cucino io. I dolci li faccio con il gel di chia al posto delle uova, gli hamburger sono quelli di quinoa e lenticchie, il fritto: questo sconosciuto.

Quindi capirete quanta fatica mi sia costata questa festa di compleanno non-organizzata.

Gli inviti sono stati fatti a voce o via WhatsApp 7 giorni prima. Le bambine presenti erano 6 su 10 (le altre probabilmente erano al laser tag con Filippo), quindi si sono fermate a dormire. La prima ora della festa è stata una lezione di danza obbligatoria dove le ragazze hanno ballato, saltato, sudato e speso tutte le energie spendibili in un’ora per evitare l’esplosione della casa.

Niente doccia per nessuno.

La cena è stata a base di hot dog (ci terrei a precisare che non ho neanche fatto il pane ma ho comprato quello industriale, a base di alcool già tagliato che sa di polistirolo), ketchup, maionese (sempre comprata e non fatta seguendo la salutare ricetta della Mayo senza uova di Marco Bianchi), patatine fritte.  La torta di compleanno era una crostata di marmellata con chili e chili di burro e marmellata di albicocche della Hero. Per gli allergici, niente torta. A seguire film con Pop-corn al burro scoppiettati nel microonde.

Dopo il film è arrivato il bello:

“Cosa facciamo adesso mamma di Emma?”

“Giocate”

“Si ma, a cosa?”

“Quello che volete, inventate qualcosa”

“Ma cosa c’è nel programma?”

“Non abbiamo un programma”

…..images

“Cosa facevi tu mamma di Emma per divertirti alla nostra età?”

“Lanciavo le manine appiccicose delle San Carlo sul vetro e le guardavo scendere”

Così ci siamo messe il pigiama e abbiamo giocato con la versione moderma delle manine di gomma: le squish balls. Palline di plastica gommose ripiene di slime (quello che noi chiamavamo Skifidol) imprigionate in una rete da pescatore, quando le schiacci lo slime esce dai buchi della rete, bellissime! Se le lanci forte si appiccicano sul muro che è una meraviglia.

La mattina dopo a colazione abbiamo mangiato gli avanzi della torta e i cereali con il latte (ebbene si, ho comprato anche il latte…)  una bambina ha iniziato a cantare l’alfabeto con i rutti. Un’altra ha iniziato a fare le scoregge con le ascelle e io non ho mai riso tanto.

Ora il muro è pieno di slime appiccicoso (ebbene si, le squish ball esplodono…), ho scoperto che un lato del divano è dipinto di tempera verde, il tappeto è impregnato di Sprite, la pianta che stranamente non era ancora morta è spezzata in due (non era destino…) ma mia figlia mi ha detto:

“Thanks Ma, best party ever. You are the best” e mi ha abbracciato così  forte da lasciarmi senza fiato.

 Alla fine i bambini sono bambini, smettiamola di trattarli come alieni.

Comprate tante, tante, tante squish ball e Happy Birthday!!!

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I leggings

Partiamo con una notizia scioccante che tutte le donne dovrebbero sapere pur non  essendo  fashion blogger: i leggings non sono pantaloni.

Non sono alla moda (si usavano già negli anni ottanta e, orrore orrore si chiamavano fuseaux), non sono sexy ed evidenziano drammaticamente i difetti di gambe e culo a meno che tu non sia Michelle Hunziker quindicenne nella pubblicità della Roberta.

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Qualora tu avessi davvero il culo perfetto di cui sopra (controlla bene la foto per essere sicura sicura sicura, ma proprio sicura) certamente un qualsiasi vestito, straccio, jeans sottomarca ti renderà più attraente e sexy di un paio di leggings, fidati.

Per chi non lo sapesse, io passo 4/6 ore al giorno in uno studio di yoga, quindi per 4/6 ore al giorno li indosso. Ammetto che sono comodi e dopo un po’ che li hai su ti si “abitua l’occhio” e per una frazione di secondo pensi di avere un bel culo, ma è decisamente un’illusione ottica creata dalle cuciture incrociate e dalle fantasie improbabili dei pantaloni della Lululemon.

Io, tu, noi, non siamo la Michelle.

Ammetto anche che, a volte, sopraffatta dalla pigrizia e dalla fame, esco dallo studio di Yoga e vado a mangiare qualcosa con i leggings addosso in un bar vegano pieno di donne con i leggings. E mai, neanche una volta ho pensato :

“Porca vacca sto posto è pieno di donne sexy”

Per citare Osho “the moment you accept yourself you become beautiful”.  Ecco, forse il mondo sta cambiando, la gente ha iniziato ad accettare se stessa e sta diventando bellissima perché in giro ultimamente si vedono solo culoni in leggings aderenti. Maledetto Osho.

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Dopo questa “premessina” arriviamo all’argomento che mi sta a cuore, tanto da farmi posticipare il post sulle vacanze a Bali: il rapporto fra i leggings e gli Stati Uniti d’America.

Nel ridente stato del Montana, il governatore repubblicano David Moore  ha fatto una proposta di legge che bandisce l’uso di tutti i vestiti che “simulano” parti del corpo (Cit. Time):

 “gives the appearance or simulates a person’s buttocks, genitals, pelvic area or female nipple”

La legge esplicitamente dichiara che indossare pantaloni aderenti “like yoga pants” in luogo non appropriato (ovvero ovunque eccetto in palestra) è da considerarsi indecente e contro la legge. Viene da ridere a pensarci ma ecco, alla terza multa per “leggings” si rischiano 5 anni di carcere. Mi vedo già, io e le mie amiche del bar vegano in prigione, rigorosamente con i Lululemon, ma in prigione. Omh Omh Omh.

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Io in Montana, con i miei meravigliosi Lululemon rosso fuoco. Se li fissi intensamente per 5 minuti ti appare un dinosauro 3D.

Ora spostiamoci nella Sud-West coast, nella soleggiata e ridente California.

Qui i leggings sono liberi, ci puoi andare a fare la spesa, in spiaggia, a prendere i bambini a scuola, probabilmente anche alla Messa della domenica. Non ci vedono niente di indecente. A patto che tu ti sottoponga ad una piccola operazioncina di chirurgia plastica. Infatti qui le donne, per apparire più sexy nei loro leggings, per evitare quel piccolo inconveniente che loro chiamano “camel toe”  si fanno ridurre le grandi labbra della vagina. (Cit. New York Post)

Entriamo nei particolari, il camel toe (zoccolo di cammello) è un tcamelsfootforexceedinglyimportantarticleermine slang angloamericano che identifica la visibilità della vulva umana attraverso gli indumenti. Aggiungerei che questo succede se ti compri una taglia di leggings in meno della pelle, altrimenti la vulva rimane al suo posto, anche se fai la spaccata.

Ma siamo nel 2017, viviamo nell’epoca dei selfie, il buon senso lo abbiamo cestinato almeno un ventennio fa, siccome va di moda l’aderente, allora tutti sotto ai ferri!!

Io mi chiedo, se il buon Dio ci ha fatto le grandi labbra così grandi, sarà perché servono grandi, sono normali, naturali, sexy.

Quindi amici miei aguzzate la vista, se trovate in giro qualche bella donna con i leggings che sembra piatta e asessuata dove non dovrebbe esserlo, non è la Barbie ma una californiana moderna.

Cara grazia vivo ad Hong Kong.

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Hong Kong: Il playground

Mi capita a volte di dover pensare, o di dover smettere di pensare. Ho la testa che produce pensieri, scenari possibili o impossibili, immagini. Sono praticamente un multisala.  Così  scelgo un posto, che diventa il MIO posto dove vado a  riflettere, o a smettere di riflettere. Mi calmo, scrivo mentalmente discorsi da fare, cerco soluzioni, faccio ordine, prendo decisioni, zittisco.

Da ragazzina andavo “al lago”, il campeggio dei miei genitori, un villaggio di roulottes in mezzo al verde. Scavalcavo la rete e mi arrampicavo sulla collinetta sopra ai bagni. Lo so avrei potuto trovare un posto migliore, più  pulito e profumato. Ma i posti, come le persone e i momenti non si scelgono, arrivano così e te li tieni. Da lì sopra si vedevano  il lago, la fornace, le colline, il tramonto, i lampi durante un temporale, l’arcobaleno dopo. Stavo li finché le zanzare non mi massacravano le gambe, finché la pioggia non mi ghiacciava le ossa, finché la mia testa era svuotata, i sentimenti placati.

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Ad Alessandria andavo a fare “le vasche” in Via Roma. Non è detto che serva un posto silenzioso e senza gente per pensare…anzi.  Le luci delle vetrine, il freddo pungente e umido, l’odore delle caldarroste, le facce sconosciute, l’accento e la erre moscia alessandrina, tutte cose rilassanti per me.

Ad Aiello passeggiavo fino al Mulino di Miceu, raccoglievo bacche, correvo con Argo, lo accarezzavo, saltavo le pozzanghere, respiravo l’odore dei campi e del concime. Poi lui si sdraiava in mezzo ai fiori con la lingua penzolante, felice, e io ero di nuovo serena.

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A Shanghai andavo in giro per la città con lo scooter elettrico rischiando la vita ad ogni angolo. Sarà che mi concentravo sulla strada, ma mi calmavo in un batter di ciglia.

Qui ad Hong Kong vado al Playground di Wan Chai. Come oggi. Piove. Mi siedo sulle tribune bagnate e mi fisso i piedi. Ho delle orribili ballerine, vorrei avere le Air Jordan. Vorrei avere le ginocchia sane. Vorrei andare in mezzo a quei ragazzini di sedici anni che giocano sotto la pioggia e fargli vedere come si fa. Perché prima di avere tutti i posti sopra elencati, avevo il basket. Avevo il campo, gli allenamenti, il sudore, lo spogliatoio, l’adrenalina, e bastava per tutto.

La palla rotola verso di me, un ragazzino cinese fradicio di pioggia e sudore mi guarda. La raccolgo con la mano sinistra e con una frustata perfetta gliela spedisco a bomba in mezzo al petto. Mi guarda scioccato.

“Ciccio un playmaker che si rispetti deve saper usare la sinistra, e io sono un playmaker con i controcazzi”

Mi fissa per un attimo stordito. Per la pallonata che questa “signora” gli ha schiantato addosso o perché  non capisce l’italiano…alla fine mi fa un sorriso di cortesia e torna al suo tre contro tre.

Che posto rilassante il playground. Questo è proprio il MIO posto.

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