IL CIBO: una storia meravigliosa

Uno dei piaceri di vivere all’estero è avere delle amicizie internazionali. Trovare dei punti in comune con persone fisicamente, culturalmente ed etnicamente differenti da noi. Che poi non sono solo piccolo punti in comune, ma una miriade. Si crea un legame e la magia dell’amicizia ha inizio.

Le persone si scelgono per affinità non certo per cultura o razza. La lingua fa la differenza. Se si arriva a parlare bene la stessa lingua, qualunque essa sia, allora si riesce a stabilire un contatto, si riesce a conoscere veramente e a farsi conoscere per quello che siamo nel profondo, non per quello che appariamo. La comunicazione è tutto.

Per imparare qualcosa delle altre culture ci sono vari metodi: andare al museo e massacrarsi i maroni.

Leggere un libro di storia e fare finta che sia interessante, ma in realtà massacrarsi i maroni.

Fare domande all’amica di turno sulla situazione politica/economica del suo paese, fingersi interessata e massacrarsi a vicenda i maroni.

Oppure, passare dal cibo.

Ho imparato che ogni cultura si racconta attraverso il cibo. Ogni festa nazionale o religiosa ha il suo piatto tipico, ogni paese un dolce memorabile, ogni famiglia la ricetta tramandata dalla bisnonna, così come in Italia, questo succede in tutto il mondo. Ogni ricetta ha un profumo che riporta a galla un ricordo che sfocia in un racconto carico di emozioni.

Così a Shanghai ho insegnato alle mie amiche a fare il risotto con i porcini e la panna di mia mamma. Ho cercato di spiegare che la ricetta nazional-popolare dice una cosa ma il mio cuore un’altra. Il risotto va assolutamente fatto attaccare sul fondo. Perchè poi lo puoi grattare via con il cucchiaio e quella parte bruciacchiata e appiccicaticcia ha il profumo della mia mamma e il sapore della felicità.

baksoHo imparato da Eka, amica indonesiana, a cucinare la Bakso soup ovvero zuppa di polpette indonesiana. Ho così scoperto che anche in Indonesia gli ingredienti non si pesano ma si mettono a occhio, che più aglio fritto ci butti sopra più diventa buona, che le polpette teoricamente dovrebbero essere tutte rotonde e perfettamente uguali ma a noi venivano “strane”: con la coda come girini, piccole come biglie o grandi come palline da ping pong. Alla fine quelle con la coda erano le più divertenti e di conseguenza le più buone.

Ho imparato da Yookyung (detta Josh) a cucinare il Bulgogi koreano, una specie di spezzatino di manzo con verdure, dolciastro e pieno di zucchero bianco raffinato che noi abbiamo sostituito con chilate di pera frullata secondo la ricetta della tradizione familiare di Josh. E giuro che la carne con le pere frullate è deliziosa.

Ho imparato da Caroline, amica cinese cresciuta in Canada, la ricetta della cheese cake giapponese,  lei vuole aprire una pasticceria di dolci giapponesi (Marbu cakeshop, in caso diventasse  famosa, ricordatevelo!) e di colpo mi piace pure la cheese cake che di solito snobbo per le frolle.

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Eka, Josh, Io e Caroline

Qui ad Hong Kong ho condiviso gli gnocchi della nonna Pina. La particolaritá della ricetta di mia nonna non sta negli gnocchi in sè ma nella salsa, fatta con un “goccio” di concentrato di pomodoro e mezzo panetto di burro. Il sugo veniva arancione e ti colorava le labbra per due mesi, oltre ad innalzare il livello di colesterolo alle stelle. Ammetto che vedere le amiche asiatiche tutte infarinate con le labbra arancioni intente a imprimere il segno dei rebbi della forchetta sugli gnocchi solo perchè “così faceva la nonna Pina” è stato meraviglioso.

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Gwen, Akiko, Io, Mimi e gnocchi in progress….

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Da Akiko, amica giapponese, ho imparato ovviamente a fare il sushi. Qui il segreto è fare aria al riso con il ventaglio mentre lo si rigira con l’apposita paletta. E non scherzo.

Ieri io (italiana lombarda con sangue sardo nelle vene), Mimi (amica del Texas ma Vietnamita di origine) e Gwen (amica Newyorkese ma Giapponese di origine) siamo andate a Chungking Mansion a comprare cibo indiano.

Eravamo perse fra gli scaffali delle spezie indiane, Mimi alla ricerca di una particolare marca di non so quale erba, Gwen con il naso tuffato nei diversi barattoli di curry, io con in mano due tipi diversi di lenticchie gialle nella speranza di capire la differenza a furia di guardarle. Devo essermi concentrata talmente tanto che l’illuminazione mi è arrivata sotto forma di un distinto signore indiano di circa 60 anni.

“Buongiorno signorina, se mi permette, ed è interessata ovviamente, mi farebbe piacere spiegarle la differenza fra le due lenticchie che ha in mano.”

“Buongiorno, gliene sarei grata” super sorriso smagliante. Ero grata davvero.

“Mi permetto solo perchè ho tempo” guardando l’orologio, “ma solo se non la disturbo ed  è interessata ovviamente”

“Non mi disturba affatto, anzi, la prego…”

“Innanzi tutto, legga i nomi e li impari, per lo meno, almeno sa di cosa stiamo parlando. Ha fatto ricerca in internet prima di venire qui?”

“Emh…no…”

“Ah… queste che tiene nella mano destra sono Toor Dahl, più leggere da digerire. Queste altre che tiene nella sinistra sono Mung Dahl, creano molto gas nell’intestino”

Gwen mi sussurra  “prendi queste, non vuoi il gas nell’intestino mentre fai yoga, te lo dico io…”

“Si non voglio il gas nell’intestino mentre faccio yoga, prendo le Toor”

“Si ma dipende come le cucina poi, che ricetta vuole preparare?”

“Emh, non lo so ancora”

“Posso darle del tu signorina?”

“Certamente”

“Non hai studiato proprio niente allora!!!….se non ti è di disturbo, e solo se ti interessa ovviamente, posso darti la ricetta della mia famiglia per preparare le Tadka Dahl”

Mimi si illumina “yes yes yes siamo interessate” tirando fuori il cellulare pronta per prendere appunti.

“Innanzi tutto dovete sapere che Tadka significa esplosione. Questo perchè quando buttate le Dahl nell’olio bollente la cucina esplode. Ma non dovete farla esplodere davvero, ecco…”

Mi giro sorridendo alle mie amiche, lo adoro. Lui mi afferra il braccio e mi dice:

“Sei qui con me? No perchè se non ti interessa e non presti attenzione è inutile”

“No, no mi scusi, sono attenta…” inizia a montarmi l’ansia.

“Allora ripetimi la differenza fra Toor e Mung Dahl”

“Ma, mi interroga?”

Gwen soffoca una risata. Mimi mi incita a rispondere. Io mi sento 15 anni e ripeto la lezione, mi sudano le mani. Le amiche non suggeriscono ma lui sembra comunque soddisfatto.

“Allora, mettete le Toor Dahl in una pentola con l’acqua, fatele bollire a fuoco alto per dieci minuti e poi abbassate la fiamma. Sull’acqua si formerà della schiuma, dovete toglierla di volta in volta finchè non si forma più. Poi le lasciate cuocere per altri 20 minuti. Per controllare se è cotta ne prendi una fra le dita e la schiacci. Deve diventare come una crema fra le dita. Ma attenta! Se la cuoci troppo poi diventa un pastone immangiabile. Hai capito?”

“Si, si. Acqua calda, schiuma, acqua bassa, schiaccio”

“Ripeti bene”

Io ripeto bene.

“Se le cuoci troppo e viene un pasticcio poi non dare la colpa a me. Ma tu sei italiana e sai come fare.”

La spiegazione della ricetta con la sua interrogazione e la conseguente spesa degli ingredienti necessari si è protratta per altri 45 minuti. Alla fine è venuto fuori che il simpatico e gentile omino, Dr. Kranti, era un professore universitario con due lauree in matematica e fisica e un MBA in economia.

Una volta fuori dal negozio, il Professore ci dice:

“Ragazze questo è un posto pericoloso, non dovreste parlare con gli sconosciuti, succede che poi loro vi parlano di argomenti che vi interessano, vi incuriosiscono e poi vi dicono di seguirli per comprare qualcosa. Ecco non seguiteli. Ci sono persone che sembrano buone, gentili, distinte, ma sono davvero pericolose. Adesso seguitemi al piano superiore che vi porto a mangiare”

Noi:  “Ma certo Professore la seguiamo ovunque” come ipnotizzate.

Gwen sta per salire sulla scala e il Professore la ferma :

“Fidati, non la vuoi prendere quella scala. La scala giusta è da un’altra parte”

Noi ci fidiamo. Saliamo sulla scala giusta e lo ascoltiamo parlarci di Chungking Mansion e della sua storia a lungo. Sembra che il tempo si dilati quando parla.

Dopo la storia del posto che ci ospita ecco arrivare il turno dei ristoranti e della varietà del cibo in offerta.

La spiega dei ristoranti è durata 20 minuti, alla fine ha scelto lui dove farci mangiare. Era tutto buono e non siamo morte di dissenteria, ma quando ci ha lasciato abbiamo dovuto osservare cinque minuti di silenzio per riposare il cervello.

Di seguito la ricetta del Professore con i suoi suggerimenti, commenti e consigli fra parentesi. Sempre se siete attenti e vi interessa, ovviamente.

Enjoy.

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Fare bollire le lenticchie gialle e schiumarle per il tempo indicato dal Professore (se siete stati attenti, se no, insomma, non sapete proprio niente!!)

Scolarle ma conservare l’acqua.

Prendere una pentola con il fondo spesso (tu che sei italiana sai…), mettere dell’olio (se ne metti tanto è più buono ma meno salutare, la scelta è tua) insieme ai semi di senape (usa quelli neri che sono più buoni).

Quando i semi sfrigolano la temperatura dell’olio è giusta (se ti distrai fai esplodere la cucina, da qui il nome della ricetta). Mettere semi di cumino, cipolla tritata a coltello (quella rossa o quella bionda sono uguali, non è vero che una è meglio dell’altra), aglio (poco, ma anche niente, a me non piace), pomodori freschi tagliati a cubetti (tu che sei italiana sai che si usano i pomodori freschi e non la salsa nel barattolo).

Lasciare insaporire 5 minuti e aggiungere le lenticchie con un po’ della loro acqua. Cuocere finchè l’acqua evapora e le lenticchie iniziano a esplodere in giro per la cucina. (Lasciarle brodose, in fin dei conti è una zuppa. E poi mangiare asciutto non fa bene, poi non vai in bagno e le lenticchie fanno gas….e tu non lo vuoi il gas nell’intestino)

Salare a piacere (chi non usa il sale si perde il gusto delle cose della vita).

Guarnire con prezzemolo fresco e peperoncino (se piace, ma se mangi qualcosa che produce gas, non vuoi anche aggiungere il peperoncino, fidati)

Mangiare caldo con pane indiano o riso bianco.

Buon appetito, anzi, बोन अप्पेतित

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Ps. Il professore fa ripetizioni di matematica, fisica, fisica quantistica, business, economia e computers. Per chi fosse interessato, ho il biglietto da visita. Se state attenti e solo se vi interessa, ovviamente, vi lascia anche qualche ricetta compresa nel prezzo.

 

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PIÙ BANANE PER TUTTI

A me la frutta piace moltissimo, ma non la mangio mai.

È scomoda da sbucciare e da portare in giro: si scalda, si schiaccia, sbrodola.

Per mangiare un arancio devi avere un coltello, togliere la buccia, aprirlo con le dita con il risultato che poi le mani ti puzzano di arancio per due giorni, sbrodolare per terra o sulla scrivania se sei in ufficio. Se poi non hai il coltello pure il sotto delle unghie ti diventa arancione e addio smalto.

La mela in Cina va sbucciata se non vuoi che ti venga il cancro al fegato. Se non sei in Cina e ti fidi, puoi mangiarla a morsi, ma a volte fa male ai denti e poi diciamolo, è noiosa.

L’uva ha i semi.

Le noci devi aprirle.

Pesca, prugna, pera, mango…tutto uno sbattimento.

Vogliamo parlare dell’anguria? Affrontiamo il capitolo ananas? Il cocco….lasciamo perdere.

L’unico frutto facile da mangiare è la banana. Ha una forma allegra, non serve il coltello, non puzza, non sbrodola, la mangi in cinque minuti anche se hai male ai denti, anc41DPzxY10ML._SX355_he se non hai tempo. Ha una consistenza morbida e pastosa che mette sete, così poi bevi più acqua e ti va via pure la cellulite. È piena di potassio.

Adesso poi che hanno inventato il porta banana da borsa, la puoi portare in giro senza schiacciarla.

Sogno un mondo di frutta a forma di banana.

Quella gialla al sapore di banana.

Quella rosa di fragola.

Quella arancione di arancio.

Quella verde di mela.

Quella viola di uva.

Più banane per tutti.

Cià vado a farmi un caffè che la frutta la devo sbucciare.

 

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Libri che ci trasformano in lettori

Leggendo un libro mi sono imbattuta in queste righe:

Per un lettore, una delle rivelazioni più elettrizzanti della vita è quella di essere davvero tale. Non in grado di leggere, ma incapace di smettere perché catturato da un amore folle. Esagerato. Il primo libro che riesce in una simile impresa non verrà mai dimenticato, con ogni pagina ad accompagnare una nuova verità, perentoria ed esaltante: Si! Proprio così! Si! L’ho visto pure io! E naturalmente: Anch’io penso le stesse cose! Anch’io le SENTO dentro!  Stephen King

Ho subito pensato al libro che mi ha reso una lettrice.

La mia faeuroclubmiglia, come probabilmente mille altre famiglie negli anni ottanta, era abbonata al Postalmarket e all’Euroclub (che pare esistano ancora online). Non so esattamente perché.

Sul postalmarket avremo ordinato 10 volte in 10 anni. Ricordo ancora un pigiama a tuta estivo arancione a pallini con la stampa di Belle e Mrs. Potts in fronte. Ogni volta che dovevo andare in bagno mi trasformavo in una contorsionista per tirare fuori le spalle in tempo e non pisciarmi addosso.

L’Euroclub era ancora meno utilizzato, non leggeva nessuno. Ordinammo la mitica enciclopedia dei bambini “i Quindici”, qualche libro sul tennis per mio papà (che non lesse mai) e manuali di cucina per mia mamma (che non cucinò mai).

Io avevo fra gli otto e i dieci anni. Imparai a leggere tardi e a fatica quindi non mi piaceva granchè farlo, ma ogni volta che arrivava il pacco dell’Euroclub ne rimanevo stregata. I libri erano tutti rilegati con la copertina rigida, le pagine erano spesse e ruvide con un intenso profumo di carta appena stampata. La sovracopertina con le alette lucida aveva delle immagini dai colori brillanti, sul dorso l’immancabile spirale gialla.

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Un giorno mia mamma disse a me e mia sorella:

“dobbiamo ordinare cinque libri ogni volta che arriva il catalogo dell’Euroclub se no disdiciamo l’abbonamento. Sceglieteli voi…e leggeteli!!”

Così trovai IL LIBRO. Era nella parte del catalogo dedicata alla narrativa per ragazzi. Sul fronte il disegno di  una bambina riccia e spettinata che cammina per la foresta.

Ronja di Astrid Lindgren.

Lo lessi e lessi e rilessi.

All’interno aveva alcune illustrazioni in bianco e nero, le guardai e guardai e riguardai.

Decisi di diventare una lettrice.

Poi ovviamente i cinque libri per catalogo non bastarono più. Ma che ve lo dico a fare.

Anni dopo, ripulendo la cantina dei miei genitori lo trovai in una scatola zeppa di libri dell’Euroclub  (anzi, mio papà ripulì la SUA cantina e trovò la scatola dei MIEI libri – diamo a Frenky quel che é di Frenky). Lo rilessi e scoprii con meraviglia che me lo ricordavo nei minimi dettagli. I briganti, il castello, la sensazione di freddo, la foresta magica, Ronja e Birk.

Davvero il primo libro che ci trasforma in lettori, che stimola la fantasia, che ci proietta in un altro mondo, non si scorda mai.

Ora vorrei sapere quale libro vi ha reso dei lettori, sono proprio curiosa. Scrivetemelo qui sul blog, non su Facebook.

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Beauty and the Beast

Era il 1987, avevo 13 anni ed ero completamente rapita dalla serie tv La bella e la Bestia,  versione moderna della fiaba ambientata a New York. Catherine e Vincent. Vincent e Catherine.

Vincent che appariva di notte sulla terrazza di Catherine. Vincent che arrivava sempre quando c’era bisogno di lui. Vincent con la voce profonda che le leggeva i libri. Vincent con le mani enormi che le accarezzava i capelli. Vincent con il ruggito animalesco. Vincent, pacatezza e aggressivitá, sguardo dolce e tenebroso, corpo possente e animo fragile.

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Era il 1991, avevo 18 anni e una tremenda cotta per il mio fisioterapista. Lui aveva 23 anni e stava per andare a lavorare in Germania o Svizzera (non ricordo esattamente). Stava comunque per partire. Ai miei occhi era la mia bestia. Non che fosse brutto e peloso, anzi. Ma era strano, diverso da tutti gli altri. Non andava a ballare, non beveva, non aveva una compagnia di amici cazzoni con cui guardare le partite di calcio. Lui stava tanto solo e leggeva, aveva un bellissimo levriero dal pelo lungo e bianco, Milady. Il sabato pomeriggio la portavamo a correre nei boschi e a fare il bagno nel lago, ci sdraiavamo sulla riva con i piedi a mollo a chiacchierare, poi riportavamo Milady a casa. Lui mi regalava le rose del suo giardino. Di fronte a casa sua c’era una dependance, in inverno ci accoccolavamo sul divano di fronte al camino che lui accendeva sempre e mangiavamo le castagne. Lui aveva le mani grandi e io invece che tenergliele gli prendevo solo il pollice e mi facevo portare in giro per la sua vita così. La realtá è che lui stava per partire, era una relazione non relazione con una data di scadenza. Niente balle, niente promesse, niente aspettative. All’inizio dell’estate lui partì per la sua vita e io ritornai alla mia. Ma andammo a vedere La Bella e la Bestia insieme e nella mia “mente da Belle” oltre a Vincent e al fisioterapista si aggiunse anche la bestia della Disney.

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Ė il 2017 e ho 42 anni. Oggi sono andata a vedere Beauty and the Beast con Emma e la mia amica Claudia#Daniela. Emma è al suo primo film in 3D. All’inizio è spaventata dagli oggetti che le volano addosso, mi stringe forte la mano, ride nervosa. Poco a poco si rilassa e ci lasciamo rapire da questa meravigliosa fiaba. Il castello stregato, Lumiere e Tockins, Mrs.Potts e Chip, la bestia, le canzoni, Gaston che fa ridere, Le Fou che è meravigliosamente gay. La Disney ha inaspettatamente saputo inserire un personaggio marcatamente gay con naturalezza, sensibilitá ed umorismo.

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Io e Claudia#Daniela siamo in lacrime. Abbiamo il nostro bel bagaglio di Vincent e Fisioterapisti a renderci il pianto facile. Emma mi tocca il braccio di colpo e mi dice spaventata:

“Mamma mi viene da piangere e non riesco a trattenermi”

“Amore piangi. Ė normale, è il bello dei film, la magia, lasciarsi travolgere dalle emozioni”

Così piange a dirotto pure lei, la mia donnina, la prossima vittima di Vincent e di un fisioterapista/bestia di chissá quale parte del mondo.

Finisce il film e noi tre donne facciamo un summit psico/sentimentale delle emozioni che ci sono appena cadute addosso. Emma tira le conclusioni per noi:

“Non so di chi mi innamorerò ma sicuramente non di un cretino che si canta da solo le canzoni guardandosi allo specchio”

“Brava Emma, hai capito tutto” dice Claudia#Daniela.

“E poi lui era più bello da Bestia”

E qui viene fuori tutto il mio orgoglio di mamma. Perchè ho sempre pensato che se una Belle si innamora di una Bestia, del suo sguardo, della sua voce, del suo essere animale e uomo insieme, allora vuole la bestia, non un banalissimo principe biondo con i capelli lunghi.

Vogliamo più Vincent e meno principi. Più difetti e meno perfezione. Più risate in biblioteca mano nella mano e meno balli in maschera. Più uomini tenebrosi e meno cazzoni.

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Brava Emma che lo sai giá. Te lo dice la tua mamma, una Belle di 42 anni che si veste ancora di giallo.

Certo che se sbuffassi meno e sorridessi di più magari Vincent una notte di queste viene a trovarmi sulla terrazza. Forse dovrei cantare ogni tre secondi come nei film della Disney….vabbè va, Vincent, io sbuffo, tu vieni quando vuoi.

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Auguri donne

Basta poco ad una donna per essere felice.

Un vestito rosa pieno di paillettes dorate che quando giri forte gonfia tutta la gonna.

Per ognuna di noi l’abito rosa rappresenta qualcosa di diverso: un lavoro, un uomo o una donna che ci ama, una fetta di pizza, una birra con l’amica, ridere forte, delle scarpe col tacco 12 che non fanno male ai piedi, rimanere incinta, non rimanere incinta, comprare una macchina, avere un cucciolo, dormire al mattino, un messaggio su wapp, una mail inaspettata, un’ora di yoga, fare shopping, pianificare una vacanza, finire di pagare il mutuo, mangiare cioccolato senza sensi di colpa, sesso, un bel libro, un film sul divano, una biro profumata, un sorriso, un treno puntuale, un esame all’universitá che va bene, un pacco da Amazon, una giornata di sole, un bicchiere di vino rosso, qualcuno che fa le pulizie per noi, il cane caldo che ti si accucciola addosso sul divano, i figli che ti abbracciano, i boccioli dei fiori che spuntano in primavera, il mare, fare sport, ballare.

Niente mimose.

Alla fine siamo semplici. L’unico problema è che il vestito rosa che desideriamo, cambia colore e forma ogni giorno, a volte ogni ora. Sta a voi scoprire se è una pizza o un libro.

D’altronde siamo donne. Auguri a tutte.

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Uno splendido disastro – quasi recensione di un libro

Sulla metropolitana di Hong Kong tutti guardano il telefonino. A Shanghai era diverso, tanti, la maggior parte in effetti, facevano lo stesso, ma poi incontravi l’anziano che si limava le unghie, la signora che risucchiava i noodles da un sacchetto di plastica, il tizio del fake market che trasportava 1000 borse di Luis Vuitton compresse nel cellofan, quelli che dormivano con la ventosa attaccati al finestrino per non fare cadere la testa.

Hong Kong è più fighetta, quindi tutti con gli occhi incollati all’Iphone.

Ammetto lo faccio anch’io.  Ma essendo pure una gran lettrice, ho spesso la testa immersa nel Kindle.  L’altra settimana per la prima volta ho visto un signore leggere il Kindle…ci siamo sorrisi, riconosciuti, gli ultimi superstiti  umani  sulla metropolitana di Trappist – 1

Mi sarei dovuta sentire euforica come se avessi trovato lo stracchino al supermercato.  Avrei dovuto crogiolarmi nella consapevolezza di essere due e non più uno, come se distinguessi i lineamenti del viso di un amico che vive a Milano  in mezzo alla folla cinese che attraversa Time Square a Causeway Bay.

Invece no. Perché il Kindle non è un libro ma un oggetto tecnologico sensa spessore, peso, odore, copertina; un libro è un’altra cosa. Per caritá è comodo, lo porti ovunque, non pesa, puoi comprare libri ogni secondo, puoi leggere l’estratto prima di comprare. Per un expat è come aria fresca delle dolomiti.

Prima di convertirmi al Kindle caricavo la valigia di libri, invece che di parmigiano e salame. Passavo gli ultimi giorni delle vacanze italiane in libreria a scegliere, sfogliare e odorare le pagine, cercare di capire quanti libri, di che autori, di che genere avrei avuto bisogno per un anno intero. Mica facile. Così ho comprato tante cose che lucidamente non avrei mai comprato, ma l’idea di rimanere senza un libro da leggere con la voglia di leggere mi angosciava. Fra questi libri comprati “ad minchiam” ne ho trovato uno che non ho mai letto. L’ultimo rimasto, un superstite abbandonato nella polvere degli scaffali da tre anni. Mi illumino. Evvivaaaaaa! Mi vedo giá a sfrecciare per la cittá con un tomo di carta nella borsetta. Mi immagino le facce allibite degli hongkonghini. Giuro che metto nel cassetto il Kindle e mi ci butto a capofitto dentro queste pagine di carta stampata.

Lo prendo e lo guardo.  Jamie McGuire – Uno splendido disastro.

E che cazzo è?metro

Voglio dire, non l’ho comprato io dai…me lo avranno regalato. Eppure sulla copertina c’è appiccicato un bel bollino rosso con il prezzoscontato del 20% (ipercoop).

Mmmmhhhh. Leggo qua e lá. Ottime recensioni. Pessime recensioni. Scopro che la Jamie ha avuto talmente tanto successo con questo libro che poi ha scritto la trilogia del “disastro”:

  • Il mio disastro sei tu
  • Un disastro è per sempre
  • L’amore è un disastro

E poi, non avendone abbastanza, eccola produrre una nuova avvincente trilogia:

  • Uno splendido sbaglio
  • Un indimenticabile disastro
  • Il disastro siamo noi

Lo so lo so fra tutti sti disastri e sbagli viene da confondersi.  Deve essere un stato così anche per me… un  imperdonabile follia, un momento disastroso, un fortuito lancio nel carrello.

No dai stavo male….il primo libro di una trilogia romantica? Io che non ho mai neanche letto quella porno/erotica dei vari toni del grigio?

Io leggo Stephen King. Ogni volta che passo vicino ad un tombino lo salto, non si sa mai.

Jo Nesbo lo vorrei come vicino di casa.

Il libro romantico per eccellenza è Ti prendo e ti porto via del Nic (Ammaniti) e mi ha spezzato il cuore perché non mi aspettavo del romanticume qui…fango e sangue si, lacrime no. Maledetto Nic.

Parliamo di film: chili e chili di Tarantino, qualche foglia di super eroi vari (ammetto di aver guardato pure l’uomo formica…), Stranger Things, un gnocco possibilmente preso da Winterfell, e poi tutta la magia che trovate, Harry Potter, Star Wars, Hunger Games, possibilmente tutto mischiato e cotto nel vulcano di Mordor.

Il pranzo è servito.

Si beh, poi c’è Grey’s Anatomy…Derek…

……

Lasciatemi due minuti per riprendermi che sono ancora in lutto….

……

Torniamo al libro, ecco.

Il protagonista si chiama Travis. Super muscoloso, tatuato, tenebroso ma con un sorriso che ti stende, fa a botte per pagarsi il college, guida la Harley, ha un passato familiare inquietante, gliela danno tutte. Ovviamente per concludere il quadro della perfezione, è pure un genio a scuola. Prende sempre il massimo dei voti e non studia mai. Si innamora di lei, l’unica che apparentemente non lo vuole.

La protagonista si chiama Abby, ha 18 anni, è tutta casa /college, si veste con i cardigan rosa e mette le perle. Vive nel dormitorio del college con le amiche. Non la da via mai, non è una secchiona brufolosa come ci si potrebbe aspettare. Si fa dare ripetizioni di biologia da lui…figuriamoci. Fa la preziosa, ma se lui non le sta intorno si offende. Se lui ci prova si offende. Se lui va con un’altra si offende.

Faccio una breve riflessione… a 20 anni io vivevo con gli asini, andavo in giro in tuta e non con il cardigan rosa, passavo le serate al Porky’s, ridevo sguaiatamente, mi divertivo molto, dormivo poco, il più del tempo lo passavo giocando a basket.

Chi ci veniva a trovare doveva citofonare Famiglia Asini. Avevamo anche noi il nostro momento romantico, infatti  guardavamo una volta a settimana Dirty Dancing.

Ma non è come credete voi, nessuno piangeva, nessuno era innamorato del bel Patrick Swayze (anche se gnocco era gnocco), nessuna voleva fare la ballerina.

Mi spiego meglio.

 Quando fai parte di una squadra di basket, soprattutto se femminile, devi un po’ seguire, comprendere, accettare, tutte le manie, i cambi ormonali, le superstizioni di tutte le compagne. In più noi avevamo la Barso.

Barso Rambo Barsotti aveva tutti i riti propiziatori possibili e immaginabili utili secondo lei, a vincere il campionato, e doveva praticarli tutti prima di ogni singola partita. Per citarne alcune: consumava la stessa cena tutte le sere prima della gara. Sotto alla divisa ufficiale aveva una canotta giallo canarino di quando era alle medie, bucata e ricucita 1000 volte. Si tagliava le unghie con il tronchesino in spogliatoio durante il discorso del coach. Doveva prendersi il primo tiro da tre della partita e se lo metteva avremmo perso.

Rambo dormiva a casa Asini un paio di notti a settimana.  La convivenza con lei ci ha segnate.

La sera prima dell’inizio del campionato abbiamo mangiato gli spaghetti e ne abbiamo tirato uno sul soffitto per controllarne la cottura (per chi non lo sapesse, se lo spaghetto è al dente si appiccica al soffitto e non scende più…ma mai più). Alla fine del campionato sul soffitto c’era tutto il magazzino della Barilla.

La stessa fatidica sera guardammo Dirty Dancing. Vincemmo. Il film ci seguiva, a casa sul divano quando giocavamo ad Alessandria, sul pullman in viaggio quando si giocava in trasferta. Pure l’autista lo sapeva a memoria, dopo la sosta all’autogrill risalendo ci chiedeva se avevamo portato un cocomero.

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I fratelli Damato canticchiavano “I have the time of my lifeeeeee”.

Sgavicchia (il coach) bestemmiava.

Quando lo guardavamo in casa ci era concesso di distrarci un minimo, partitone a mercante in fiera, chiacchiere, risate. L’unica cosa obbligatoria era ballare a turno la canzone finale con Giangi. Anche qui, per farvi capire il livello di romanticismo, dovrei spiegarvi chi era Giangi.

Giangi era l’uomo di casa. Un po’ di tutte un po’ di nessuna. Chiariamoci, nessuna di noi ci è mai andata a letto. Lui era il fratellone. Il protettore. Stava li, nell’angolino del soggiorno, appoggiato alla tappezzeria marrone anni 70, mezzo nascosto dall’abete (non avevamo il ficus benjamin ma l’abere nano), pronto a scattare fuori in caso di pericolo e a salvarci. E sempre pronto a ballare. Sapeva fare un salto alla “ti fidi di me” invidiabile.

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Quando Jhonny dice: “nessuno può mettere Baby in un angolo”  noi scattavamo a prendere Giangi dal suo angolo e via….balli sfrenati. Balli proibiti.

Vi parlerei anche dell’abete se avete tempo, poi giuro torno al libro.

Era Natale, non avevamo l’albero e nemmeno i soldi per comprarlo. Ma la pizzeria del dopo partita ne aveva due di fianco all’ingresso molto belli. Due abeti veri, nani, giá addobbati, interrati in splendidi vasi di cemento grigio con la scritta “all you need is love”. E cosa se ne fanno di due abeti loro?

E’ Natale, sharing is caring.

Essendo molto, ma molto occupate di giorno, una notte andammo  insieme al preparatore atletico e al suo capiente furgoncino a ritirare il nostro abete. I titolari della pizzeria lo avevano gentilmente lasciato fuori per noi, caricarlo sul furgoncino fu semplice, meno trascinarlo al quarto piano senza ascensore.

Nic: no cazzo ragazze vi fate male alla schiena.

Asini: Niiiiicccccccc. Aiutaci.

Nic: no cazzo ragazze se vi fate male mi licenziano.

Asini: Niiiiiccccccc, piantala e spingi da sotto.

Nic: siete tre asini.

Asini: hiiiiii hoooooo

Poi l’illuminazione. Il nostro vicino di casa, soprannominato Peo Pericoli per il monociglio, era un omone di 150 chili, ex galeotto, ladro di appartamenti, con un arsenale di armi sotto al letto, due dobermann (nel palazzo ovviamente non si potevano tenere cani) e un grosso debole per noi e il nostro caffè.

Asini: Andiamo a svegliare Peo.

Nic: no cazzo ragazze, Peo no….e se si arrabbia e ci spara?

Asini: Niiiiiicccccc, Peo ci ama.

Qualche ora dopo eccoci a sorseggiare caffè con Peo, il Nic, Giangi e l’abete nell’angolino del salotto. Merry Christmas girls.

Ma torniamo al libro. Prima della recensione vorrei condividere con voi qualche frase illuminante che potrebbe diventare una di quegli aforismi che tanto si condividono sui social con i tramonti e le palme:

“Con i capelli castani cortissimi e gli avambracci tatuati, emanava sesso e ribellione.”

“Prima di tutto ho dei principi. Non sono mai stato con una donna brutta. Mai. Secondo volevo venire a letto con te.”

“Non d

Sapete una cosa, ho cambiato idea, niente recensione del libro…leggetevelo.

Non sono mica Amazon io.

ps. vi allego una foto riproduttiva dell’angolo del salotto, con Giangi, l’abete e il vaso. Enjoy.

angolo

 

 

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A cosa servono le mani

Ieri mattina ho fatto una lezione di meditazione diversa dal solito.

Ci siamo sdraiati con il blocco da yoga posizionato dietro alla schiena in modo da aprire il torace e il Chakra del cuore. Bisognava ripetere il Mantra legato a questo Chakra (YAM) continuamente e concentrare la mente sul cuore. Per chi non ha mai fatto meditazione probabilmente questo lascia perplessi, ad alcuni farà anche ridere. Ma quando ti trovi lì, segui attentamente le istruzioni della voce calda e rassicurante del Master, ti lasci cullare da questo Yammmmm continuo e ripetuto da 10 voci diverse, lasci che la vibrazione passi dalle tue labbra alla gola e giù fino al centro del tuo petto, rilassi il corpo e “lo perdi” sul tappetino, ecco allora la tua mente si svuota e davvero senti le emozioni liberarsi, il cuore aprirsi, la leggerezza arrivare. E sorridi. Sorridi per tutto il giorno a chiunque incontri per strada. Perché di colpo ti accorgi che “lasciare andare” davvero funziona, e che più sorridi più vivi.

Ieri sera ho fatto un massaggio ad una donna con il cancro al seno.

Sono stata agitata tutto il pomeriggio. Cosa fare, cosa non fare, cosa toccare,  non attivarle il sistema linfatico, quanto andare in profondità  fisica ed emotiva, sciogliere i muscoli e farle male (di nuovo) o stare leggera e rilassarla. Ma poi ci si può  rilassare in questa situazione?

Decido di portare un olio neutro, senza profumazioni forti che in questi casi possono dare fastidio o attivare ricordi. L’olfatto è un trigger incredibile per i ricordi, come la musica.

Mi apre la porta una donna sui 50 anni, capelli corti nero/grigi, arruffati, crespi,  in crescita. Tipici del post-chemio.

Ha le spalle ricurve in protezione. Del seno, del cuore, delle emozioni.

Ha degli splendidi occhi marroni luminosi, un sorriso raggiante e parla un inglese con forte accento francese che fa tenerezza. È decisamente più nervosa di me. Deve mostrare il corpo nudo ad una estranea. Mi dice imbarazzata che non riesce a sdraiarsi a pancia in giù, le fa male. Le sistemo un asciugamano sotto la pancia in modo da non schiacciare il seno.

Inizio a spalmarle l’olio e lei mi racconta che vive in Normandia ed è qui ad Hong Kong per fare un viaggio con le sue due sorelle. Un viaggio per “celebrare la vita”. Il cancro è andato, la chemio finita.

Chiudo gli occhi e lascio che la mani decidano cosa fare. Le lascio libere di andare in profondità dove credono, stare leggere, cambiare ritmo, lascio fare a loro. Perdo il senso del tempo, il massaggio dura molto di più di quello che dovrebbe. Adesso è supina, le sto massaggiando le gambe e nella penombra della stanza la vedo e mi colpisce come uno schiaffo in faccia: la cicatrice sul ginocchio. Un bel taglio da legamento crociato anteriore ricostruito.

Potrei essere io. Cazzo. Potremmo essere tutti noi. La tragedia della rottura del crociato, la tragedia del non giocare più a basket. Tutte cazzate.  Quando poco conterebbero queste cose con il cancro.

Celebrare la vita. Dovremmo farlo sempre, senza aspettare di lottare fra la vita e la morte.

Adesso le sto massaggiando il collo e le abbasso le spalle. E con un sospiro di sollievo lei le abbassa, il torace si allarga e sorride. Il Chakra del cuore. Sorride e sospira e dice, un po’ fra sé un po’ a me:

“It feels so good”

E mi sento felice. Ecco a cosa servono le mie mani. A fare sentire bene.

Sarà che anche il mio Chakra del cuore è aperto, ma mi sento tanto bene anche io.

Sono un pezzo del suo “viaggio per celebrare la vita”.

It feels so good.

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