Il momento, per sempre.

“Per sempre
solo per sempre
cosa sarà mai portarvi dentro solo tutto il tempo
per sempre
solo per sempre
c’è un istante che rimane lì piantato eternamente”

Luciano Ligabue

Il cervello, che mistero. Mi chiedo cosa scatti dentro la nostra scatola cranica quando viviamo “nel momento”, quando siamo così lucidi e presenti che tutto si fa chiaro e limpido, e quel momento, bello o brutto che sia, è  talmente intenso che ci si conficca nella materia grigia e niente, non riusciamo più a rimuoverlo.

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Perché poi proprio “quel momento” e non altri. Quel ricordo che  sta’ lì e riaffiora non solo nelle immagini, ma nei colori, nelle emozioni provate, nell’odore, nel suono della voce di chi era con noi. Non parlo di ricordi di avvenimenti, ma di momenti indelebili, che si piantano li’ eternamente senza un motivo valido. Quei 30 secondi di illuminazione in cui finalmente SAI. Come quando fai yoga da anni e proprio la meditazione non riesci a farla, non riesci a zittire la mente, non riesci a svuotarti completamente, e poi un giorno, succede. Sei li e per 30 secondi ce la fai, ti si riempie la testa di luce, nessun pensiero di cose da fare o emozioni da domare, niente ti disturba, ti stacchi dal corpo e sorridi…capisci, vivi.

Mi chiedo con tutto quello che ho vissuto nella mia vita, perché i momenti che il mio cervello ha deciso di catturare siano questi…ne scrivo solo alcuni, non in ordine cronologico ma in ordine sparso, così come riaffiorano, potenti e qui, adesso, NEL MOMENTO.

Mio papà  che mi insegna a firmare. Siamo seduti in sala attorno al tavolo rotondo di mogano allungabile. È sera, mia mamma cucina l’arrosto, ne sento ancora il profumo. Lui mi dice con la sua voce profonda:

“Non devi mai staccare la penna dal foglio quando firmi”.

 Lui, con la sua calligrafia perfetta,  con la firma sempre uguale, ordinata, sinuosa. Lui che prima di firmare muove la penna a vuoto nell’aria due volte, quasi fosse un artista con il pennello pronto a dipingere il suo prossimo capolavoro.

Io e mia mamma che in piedi in cucina  grattiamo via con il cucchiaio dal fondo della pentola il risotto attaccato. Lo mangiamo goduriose, ridiamo:

“mamma non si può avere un piatto solo di risotto bruciacchiato del fondo?”

Ed ecco il momento, il suo sorriso, il suo rispondere senza parlare, quel suo modo di alzare le spalle sbuffando un poco, la sua carezza.

Una piccola stanza d’albergo, bianca, molto bianca, quasi abbagliante. Ha appena smesso di piovere, la finestra aperta fa entrare l’odore dell’asfalto bagnato che si mischia a quello della sua sigaretta. Sono sdraiata sul letto, lui è seduto su una sedia rivolto verso di me. Abbiamo appena fatto l’amore. Ha un asciugamano bianco in vita, il torso nudo e abbronzato mette in risalto il suo respiro calmo, il volto illuminato da una strana luce, quella che si crea dopo un temporale estivo, quando il sole fa capolino fra le nuvole nere che ancora stentano ad andarsene. Mi parla. Io non sento. Guardo il fumo e il sole nei suoi occhi. In quel momento so di amarlo. È sbagliato, lo so, ma si è fatto tutto chiaro adesso, tutto possibile, tutto reale. Non mi serve altro per amarlo.

La sala travaglio. L’odore di disinfettante. Ho appena dato l’ultima estenuante spinta, sono a quattro zampe e l’ostetrica acchiappa mia figlia al volo, mi tremano le gambe e non so se riesco a girarmi da sola, voglio sedermi. Adesso il suo corpo caldo è appoggiato fra i miei seni. Lei apre gli occhi, di quel colore indefinito che hanno i neonati, quello sguardo misto di spavento e curiosità. I nostri occhi si incrociano e io sono completamente rapita, innamorata, sento il cuore scoppiare, non sono all’altezza, non sono forte abbastanza per gestire tutto questo amore.

Sto raccogliendo i fiori per la mia mamma. Sono sulla salita d’asfalto del campeggio di sopra, al lago. Mi scappa la pipìSento un intenso mal di pancia pulsante. Devo proprio correre in bagno, ma li ci sono le ortensie. Hanno un bel colore blu, alla mia mamma piacciono sicuramente. Le raccolgo saltellando da un piede all’altro. Dio mi esce. C’è un tafano in mezzo al mazzo di fiori, li lancio e si sparpagliano per terra. Mi siedo sull’asfalto per non fare la pipì nel costume, li raccolgo uno ad uno, giallo, rosso, viola, le campanelline bianche che senza acqua hanno di già i petali abbassati, l’ortensia blu. E poi il tafano mi punge la chiappa. Mi ci sono seduta sopra. Piango. Mi esce la pipì. Piango perché fa male, piango perché mi vergogno per essermi pisciata addosso, piango perché, accidenti, era proprio un bel mazzo.

Sono ubriaca. Non tanto da vomitare o da non ricordarmi ma abbastanza da lasciarmi andare. Sono un vul20160811_174931cano di sentimenti contrastanti. Sono in un momento difficile della mia vita l’ultimo gin tonic ha mischiato i pensieri, i sentimenti, il dolore del distacco. Lacrimo dal ridere. Mi fanno male gli addominali. La guardo e penso che mi ci sono voluti anni per trovare un’amica così speciale. Parliamo di un quadro che mi ha regalato, ha la foto di un carlino in bicicletta. Lei ha rotto con le unghie il fondo. In realtà voleva usare la cornice e buttare il carlino ma non è riuscita ad estirpare il vellutino nero incollato alla perfezione sul retro. È oggettivamente un quadro orribile. Rido, rido tanto. Ridiamo da stare male. I suoi splendidi intensi occhi celesti sono offuscati dall’alcol. La amo.

Sto giocando con mia sorella alle comiche di Benny Hill. Lei canticchia la canzoncina e mi insegue al rallenatore, quando mi prende mi da i calci nel sedere. Piano. Finché  sono stufa di prendere calci nel sedere:

 “Basta Larry piantala mi fai male”

Non è vero, ma sono stanca. Lei continua. La vedo caricare la gamba lunga e prendere lo slancio. Io le fermo il piede a mezz’aria e lo sollevo, lei cade di schiena, piatta, sulla moquette grigia. Si fa male, davvero. Urla. Mia mamma urla. Io urlo nella testa ma non esce un suono dalla mia bocca. Sento urla dentro e fuori e non riesco a urlare.

La Ginger mi alita in faccia. Dio che schifo. Perché i cani vecchi hanno questo odore?

“Hey Ginsi, sei vecchia”.

Lei fissa i suoi dolci occhi neri nei miei, si avvicina indifesa, il pelo nero sopra gli occhi si è ingrigito dandole un’espressione da vecchia saggia.

“Hey Ginsi, non lasciarmi ok?”

Piango. Mi lecca, dio che puzza.

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Ginger

 

 

 

 

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