Macao: Nate Per Il Trash

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Andare a Macao è come intraprendere un viaggio spazio-temporale .

Adoro questa città, un guazzabuglio di culture, a metà strada fra una decadente Lisbona, una brutta cittadina cinese e Las Vegas.

Esci e inizi a passeggiare fra le stradine in salita pavimentate con il tipico mosaico portoghese, in mezzo a palazzine che cadono a pezzi alternate da case coloniali ristrutturate con colori caldi e accesi, platani secolari,  nomi delle strade scritti in portoghese e cinese dipinte su Azulejos.

Arrivando qui dalla Cina ci si sente un poco a casa,  le numerose chiese che si incontrano camminando,  il suono delle campane e la via pedonale piena di negozi che sfocia nella piazza delle rovine della chiesa di Sant Pau hanno il tipico aspetto Europeo. Ogni tanto si apre un cortile e di colpo ci si ritrova in una colonia del XVI secolo, seduti sotto i platani a sventolarsi per la calura e a sorseggiare bicchieroni di acqua ghiacciata.

Ma parliamoci chiaro, questo non è il blog di “turisti per caso” e io sono io, non sono la Syusy Blady.

Io sono nata per il trash, quindi vi  parlerò solo dei Casinò, dei glitter, degli spettacoli, della parte mondana di Macao vissuta in tre folli ore insieme alla mia meravigliosa – quasi novenne – figlia.

Partiamo con uno scopo ben preciso in mente, lo spettacolo Thriller su Michael Jackson. Ci glitteriamo ben bene per l’occasione e partiamo con anticipo, perché il musical si svolge al Parisian, il nuovo Casinò di Macao e noi vogliamo visitarlo con calma.

 

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“Mamma guarda! The Eiffel Tower!”

“Pensa Emma che quella vera è ancora più grande….”

“No way….cool!”

 

 

Entriamo nella hall del Parisian ed è subito la fiera del kitsch, gente mascherata in ogni angolo che passeggia come fosse fra le strade di Parigi, cinesi sudati e stravolti che escono dal Casinò dopo una nottata trascorsa al tavolo da poker, affreschi, tappeti, tendoni di panno rossi alla Maria Antonietta…cerco immediatamente Lady Oscar invano. Aimè non trovo neanche una ghigliottina finta.

Passeggiamo allegramente per Parigi mano nella mano, Emma fa domande su tutto, io mi trovo in difficoltà a spiegare esattamente dove ci troviamo e come mai questo “albergo” sia così grande da sembrare un Super Mega Mall, perché piaccia alla gente, cos’è a tutti gli effetti un Casinò e cosa ci faccia qui dentro un teatro…

Vengo salvata da Michael, la sua gigantografia la distrae dall’ennesima domanda ed entriamo subito in modalità concerto. Emma in effetti è al suo primo spettacolo e questo le crea un misto di eccitazione, attesa e paura dell’ignoto.

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“E se si travestono da zombies e mi fanno paura come nel video vero?”

“Puoi chiudere gli occhi e sentire solo la canzone”

“Non ce la faccio…non resisto…voglio vedere”

Come la capisco.

Lo spettacolo inizia e veniamo travolte dai costumi, balli, canzoni, luci. Ogni tanto la guardo e non capisco cosa prova o pensa, la vedo concentrata, occhioni azzurri sbarrati nel tentativo di raccogliere più informazioni possibili, ginocchia rannicchiate in protezione in caso arrivino gli zombies.

Alla fine gli zombies arrivano, ma ci fanno ridere e non paura.

Finiamo il concerto in piedi ballando, applaudendo, urlando “aaaaauuuuh” alla Michael Jackson e chiamandolo a gran voce insieme a tutti gli altri. Perché qui a Macao in mezzo a questa follia finta e dorata, lui non è morto. È vivo e vegeto, non è pedofilo, non gli cade il naso, è persino felice, canta con la sua voce inimitabile, fa il moonwalk, la scossa, cade in avanti e torna indietro e tutto il resto del repertorio. L’arena impazzisce.

Dio se canta bene.

Dio se balla bene.

Dio se è vivo.

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“Mamma io voglio vivere qui”

“A Macao?”

“No a Parigi dove vive Michael Jackson”

Ecco. La adoro, è completamente rapita da questa follia. Sento il trash crescere dentro di lei e ne vado fiera; giriamo l’angolo e troviamo dei ballerini/maghi/russi che fanno un numero in mezzo ai corridoi. La guardo e le sussurro:

“Emma che dici, ritardiamo il rientro e ci facciamo un giro a Venezia?”

Non mi serve una risposta, mi basta il suo sorriso smagliante.

Prendiamo un taxi direzione Venetian e in cinque minuti ci ritroviamo a passeggiare  sul ponte di Rialto, con le gondole a destra, i negozi a sinistra e il soffitto di finto cielo che cambia luce. Iniziamo a sentirci come nel Truman Show. Vogliamo il cielo vero e tra il Canal Grande e l’ennesimo ponte non troviamo l’uscita.

“Mamma voglio andare fuori da questa cosa”

“Anche io tesoro, torniamo alla vita”

E a voi tutti cari lettori:

“Buongiorno…e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!” (Cit.)

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