Hong Kong: Il Playground

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Mi capita a volte di dover pensare, o di dover smettere di pensare. Ho la testa che produce pensieri, scenari possibili o impossibili, immagini. Sono praticamente un multisala.  Così  scelgo un posto, che diventa il MIO posto dove vado a  riflettere, o a smettere di riflettere. Mi calmo, scrivo mentalmente discorsi da fare, cerco soluzioni, faccio ordine, prendo decisioni, zittisco.

Da ragazzina andavo “al lago”, il campeggio dei miei genitori, un villaggio di roulottes in mezzo al verde. Scavalcavo la rete e mi arrampicavo sulla collinetta sopra ai bagni. Lo so avrei potuto trovare un posto migliore, più  pulito e profumato. Ma i posti, come le persone e i momenti non si scelgono, arrivano così e te li tieni. Da lì sopra si vedevano  il lago, la fornace, le colline, il tramonto, i lampi durante un temporale, l’arcobaleno dopo. Stavo li finché le zanzare non mi massacravano le gambe, finché la pioggia non mi ghiacciava le ossa, finché la mia testa era svuotata, i sentimenti placati.

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Ad Alessandria andavo a fare “le vasche” in Via Roma. Non è detto che serva un posto silenzioso e senza gente per pensare…anzi.  Le luci delle vetrine, il freddo pungente e umido, l’odore delle caldarroste, le facce sconosciute, l’accento e la erre moscia alessandrina, tutte cose rilassanti per me.

Ad Aiello passeggiavo fino al Mulino di Miceu, raccoglievo bacche, correvo con Argo, lo accarezzavo, saltavo le pozzanghere, respiravo l’odore dei campi e del concime. Poi lui si sdraiava in mezzo ai fiori con la lingua penzolante, felice, e io ero di nuovo serena.

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A Shanghai andavo in giro per la città con lo scooter elettrico rischiando la vita ad ogni angolo. Sarà che mi concentravo sulla strada, ma mi calmavo in un batter di ciglia.

Qui ad Hong Kong vado al Playground di Wan Chai. Come oggi. Piove. Mi siedo sulle tribune bagnate e mi fisso i piedi. Ho delle orribili ballerine, vorrei avere le Air Jordan. Vorrei avere le ginocchia sane. Vorrei andare in mezzo a quei ragazzini di sedici anni che giocano sotto la pioggia e fargli vedere come si fa. Perché prima di avere tutti i posti sopra elencati, avevo il basket. Avevo il campo, gli allenamenti, il sudore, lo spogliatoio, l’adrenalina, e bastava per tutto.

La palla rotola verso di me, un ragazzino cinese fradicio di pioggia e sudore mi guarda. La raccolgo con la mano sinistra e con una frustata perfetta gliela spedisco a bomba in mezzo al petto. Mi guarda scioccato.

“Ciccio un playmaker che si rispetti deve saper usare la sinistra, e io sono un playmaker con i controcazzi”

Mi fissa per un attimo stordito. Per la pallonata che questa “signora” gli ha schiantato addosso o perché  non capisce l’italiano…alla fine mi fa un sorriso di cortesia e torna al suo tre contro tre.

Che posto rilassante il playground. Questo è proprio il MIO posto.

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