Esperimento Sociologico- Capitolo 2

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Ammetto, l’esperimento sociologico (per chi non sapesse di cosa parlo, leggete QUI) prosegue a rilento. Tutta colpa mia. Sto diventando una Hongkonghina imbruttita che guarda il telefono e non parla con nessuno.

A mia discolpa posso dire che la gente non mi è molto di aiuto, le rare volte che mi sono fatta forza e ho iniziato a parlare con qualcuno, non ho ottenuto grandi risultati.

Ecco un elenco sommario dei miei tentativi a vuoto e di quelli quasi a buon fine:

  • Ragazza asiatica sui 20 anni al ristorante Vietnamita: “Ciao, posso sedermi vicino a te? Sai non mi piace mangiare sola”. Attimo di silenzio. “Io adoro mangiare sola”. Attimo di silenzio. I-phone.
  • Donna russa sui 30 anni: Sorrido e mi siedo di fronte a lei. Lei abbassa lo sguardo. Le ri-sorrido. Lei guarda schifata nel mio piatto e inizia a fare una videochiamata che dura tutto il pranzo, circa 30 minuti. Io leggo il Kindle.
  • Uomo occidentale di provenienza indefinita in giacca e cravatta sui 30 anni al tavolone comune: “Ciao, posso farti compagnia?” “Certo con piacere!” Evviva! Stai a vedere che è la volta buona. “Di dove sei?” “scusami sai ma davvero devo rispondere a questa e-mail”. Per 40 minuti…Kindle.

Nel mio personalissimo tentativo di capire le persone, come approcciarle, perchè sono così stronze e chiuse in sè stesse, ho fatto una ricerca generazionale per chiarirmi come mai sia così difficile mettersi in comunicazione e parlarsi, anche solo per 20 minuti. Io sono abbastanza restia alle catalogazioni, definire qualcuno per i gusti personali o per il lavoro che fa invece di soffermarmi su tutte le sfumature di colori che una persona è mi sembra sempre molto limitante. Figuriamoci la catalogazione per generazioni. Comunque sia, ecco chi siamo secondo vari siti italiani e internazionali selezionati a casaccio googolando:

Generazione X: nati fra gli anni 60 e gli 80. Definita la generazione invisibile a causa del calo delle nascite, ha vissuto il suo momento di splendore con la caduta del muro di Berlino, poi si è affossata su sè stessa, schiacciata fra la generazione precedente (quella dei Baby boomers aggressivi e arrivisti) e quella dei super tecnologici Millennials, si è persa fra i Nirvana, MTV, i calciatori, le veline e Fiorello. Per citare Wikipedia: Una volta giovani adulti, la Generazione X raccolse l’attenzione dei media tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, guadagnando la reputazione stereotipata di apatici, cinici, senza valori o affetti.

Generazione Y: la prima dei Millennials che si inserisce fra la fine degli anni 80 e i primi del 2000. Questa generazione è stata segnata da un approccio educativo tecnologico, quindi via le spallotte e avanti tutta con internet, i ciuffi, i pantaloni “cagati addosso” e Google. Zero sport, zero televisione, zero sesso, e a quanto pare tanta playstation.

Generazione Z: sempre Millennials ma più evoluti. Passiamo dal pc al tablet, dalla playstation ai social. Nascono i tuttologi del web, gli haters, quelli che pensano di fermare il riscaldamento globale postando foto di orsi polari moribondi o mangiando l’avocado invece che il pollo.

Direi che non ne salvano una. Ma io si sa, sono ottimista! Mi piacciono le persone e ho fiducia nell’umanità. Perchè alla fine esiste una cosa che ci accomuna tutti: vogliamo essere “visti”, vogliamo essere accettati, vogliamo essere amati. Nessuno vuole passare nel mondo come un essere invisibili, come un  numero parte di una generazione X, Y o Z che sia.

Così prima di ributtarmi nei “pranzi” con gli sconosciuti ho deciso di provare ad essere gentile, a fare uscire la gente dall’invisibilità, a far capire che se alzi la testa dal telefono si vede il mondo, le persone, la vita. E la vita vede te.

Ore 8:30 del mattino, sono già in Central e cammino alla velocità della luce verso lo studio di Yoga. Davanti a me c’è una ragazza asiatica che probabilmente sta andando in ufficio. Sembra sia caduta nell’armadio e ne sia uscita vestita a caso. La guardo meglio e nella sua accozzaglia di colori e tessuti ci trovo in realtà molta cura. Pizzi, fantasie pastello rosa, cipria e beige. Tessuti lucidi mischiati a panni opachi con fantasia a fiorellini che non userei neanche per le tende di casa. È molto ben truccata e pettinata, ha gli occhi neri spenti e tristi, cammina piano. Probabilmente a causa delle scarpe con il tacco che trovo meravigliose. Sono beige e rosa chiaro completamente ricoperte di cuori rosa, fucsia e rossi. Un grido d’amore disperato. Una macchia di colore in una persona spenta. Le trovo incantevoli. Più le guardo e più mi rendono allegra. Così mentre la supero (le Nike concedono una camminata più rapida e veloce) glielo dico:

“Scusa, adoro le tue scarpe, sono davvero stupende!”

Lei mi guarda e cambia completamente espressione. Sembra le abbiano puntato addosso un riflettore.

“Grazie!” risponde titubante, io passo veloce con la mia andatura Milanese/Hongkonghina e lei mi urla “Buona giornata!”.

“Anche a te!” urlo di rimando.

Mi giro e la guardo andare via, decisamente più alta, sorridente e sicura, cammina più velocemente. Un fantasma uscito dall’anonimato. Ti ho notata, sei viva, sei bella, sii felice.

Ore 8 di un sabato mattina. Che ve lo dico a fare, sto andando a fare yoga. La città è addormentata reduce da un venerdì sera di fuoco, lo presumo dalla quantità di bottiglie di birra che mi tocca saltare e dalle pozze di vomito che devo circumnavigare. Sto risalendo Wellington Street, una delle tipiche vie in salita di Hong Kong, dove i marciapiedi sono una scalinata infinita verso l’apice della collina. Poi lo vedo. Un ragazzo seduto sulle scale con la testa appoggiata alle gambe. Deve averci dato dentro parecchio ieri sera per dormire così. Tutti quelli che lo superano lo guardano nauseati e ci si allontanano un po’. Giusto due o tre passi verso la vetrina, per non rischiare il contagio. Lo supero e vedo che non sta dormendo, piange. Vado avanti come tutti gli altri immaginando scenari possibili, giudicando con gli occhi senza usare il cuore. Sbuffo. Ormai l’ho visto e non posso fare finta di niente. Torno indietro, lo sorpasso ancora e lo osservo meglio. Ha tutti i vestiti stropicciati, la camicia fuori dai pantaloni, le scarpe slacciate e sporche di fango, i capelli rossi arruffati, un filo di barba. Giro di nuovo, faccio le scale e mi fermo. Mi accovaccio:

“Hey, stai bene? Hai bisogno di aiuto?”

Solleva il viso. È un ragazzino. Avrà ventitre anni, generazione Y o Z, super tecnologico e  occidentale, il viso rigato dalle lacrime, lo sguardo disperato. È anche abbastanza sorpreso.

“Non sto bene.”

“Si, lo vedo. Stai male? Sei ferito?”

“Non fisicamente.”

Ecco, niente incidente stradale, niente senzatetto ubriaco, niente straccione cinese. Un cuore spezzato. Il dolore da abbandono. Il rifiuto. Stessa pena, stesso strazio, stessa reazione indipendentemente dalla nazionalità e dalla generazione.

“Ah. … Posso fare qualcosa per te?”

“Non credo, adesso chiamo un taxi e vado a casa.”

Prende il telefono ma non chiama nessun taxi, continua a guardare Whatsapp, alla ricerca di chissà quale risposta a chissà quanti messaggi imbarazzanti e senza orgoglio mandati durante la notte passata.

“Senti, se ti alzi e vieni con me, ti offro un caffè. Non posso fare niente  per farti sentire meglio ma ti posso ascoltare. Qualsiasi cosa sia, fidati, passerà.”

“Io, io…no grazie, sto bene adesso, davvero.”

“Sicuro? Io ho tempo per te”.  Silenzio. Credo ci stia riflettendo.

“Fa male.”

“Lo so. Vorrei non saperlo ma lo so.”

“Davvero passa?”

“Si, alla fine si. Ci vuole tempo, ma passa.”

“Adesso vado a casa.”

“Buona idea, fatti una bella doccia e una bella dormita.”

“Mmmmhhh.”

Mi sollevo, lui riappoggia la testa sulle ginocchia e non si alza.

Mi incammino verso lo studio. Poi lo sento urlare:

“Hey!!” mi giro, lo guardo, mi sembra così solo e fragile “Grazie! Dico davvero, grazie!”

Sorrido.

Prego, penso. Grazie a te.

Ti ho notato, sei vivo, sei bello, sii felice.

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