Elogio Della Lentezza

Posted by

Hong Kong con una superficie di 1.104 km2  (circa un terzo della Valle D’Aosta) e con una popolazione di sette milioni di persone è la città con la più alta densità di popolazione al mondo. Il territorio è composto dall’Isola di Hong Kong (in rosso nella cartina), dalla penisola di Kowloon, dai Nuovi Territori, dall’Isola di Lantau e da altre 261 isole situate in mare aperto. La città che conoscete voi, quella con i grattacieli, i palazzi uno sopra l’altro, i mercati per la strada e i super mega centri commerciali è la fascetta evidenziata di verde a nord dell’isola di Hong Kong. 17 chilometri in tutto, 25 minuti di taxi senza traffico, 17 fermate della metropolitana. Quasi tutti i sette milioni di abitanti si riversano in questa fascia verde ogni giorno per lavorare, fare shopping, andare a scuola, insomma, qualsiasi cosa facciano, la fanno qui.

Hong Kong è una città estremamente cara. Gli affitti sono altissimi per delle case microscopiche,  fare la spesa al supermercato è come comprare un trilogy di Damiani che non dura neanche per sempre ma va riaquistato settimanalmente. Tanta gente non si può permettere l’affitto in una casa normale, seppur piccola, così finisce a vivere in quelle che sono state soprannominate allegramente le case-bara.

Capirete anche voi che vivere nella veloce e dinamica Hong Kong è incredibilmente stressante.

Basta prendere la metropolitana alle sei di sera per capire che la lentezza proprio non abita qui.

Eppure è nella lentezza che avviene la vita.

Vorrei essere come Neo in Matrix, poter rallentare, allungare, stiracchiare la realtà  per guardarla dalla giusta angolazione, bloccarla e avere il tempo necessario per sistemare i pezzi nel posto giusto, come un enorme ed ingarbugliato puzzle monocromatico tutto azzurro. I pezzi sembrano tutti uguali e invece il mare non è cielo e il cielo non è la barca e la barca non è la casa e la casa non è il vestito della tizia che corre in mare. Ogni azzurro ha la sua collocazione, la sua sfumatura. Se ogni pezzo si incastra al posto giusto allora  si può godere dell’insieme, della bellezza delle cose fatte e dette, il puzzle ha senso, la vita pure.

Dalla lentezza arrivano le illuminazioni e le idee geniali prendono forma. Dalla lentezza nasce l’empatia. Ma state attenti, come dice Lamberto Maffei:

 “Il pensiero lento è un pensiero pesante da portare, che trascina con sé il fardello della memoria e il peso dei dubbi e le incertezze dei ragionamenti”. 

Per molte persone la pesantezza del pensiero lento e profondo è insostenibile, meglio correre, ammazzarsi di cose da fare, tenere la televisione sempre accesa come fosse un acquario per confondere e zittire quello che abbiamo dentro.  Corse senza senso, paura di cambiare, in fondo sto bene così, caos invece di silenzio. 

Anche per me a volte mica è facile la lentezza, dopotutto sono milanese/honkonghina, corro tutto il santo giorno e mi faccio triturare dalle lame del Girmi smarrendo la strada. Ma io non voglio perdermi, quando ci si perde ci si ritrova sempre nel bosco e nel bosco ci sono i mostri, i lupi cattivi e i pagliacci malefici. Così quando mi accorgo di aver smarrito la strada, tiro fuori i miei trucchetti per “rallentare” che come le briciole di Hansel e Gretel mi riportano sulla via di casa . Provateli una volta, funzionano alla grande. Se ne avete dei vostri, raccontatemeli nei commenti che li provo!!

Prendo il tram invece della metro. Il tram è come una tartaruga, vecchio, impacciato e  L E N T O. Una scatola di latta colorata stretta e alta, senza vetri alle finestre, con i sedili di legno e uno scampanellio cantilenante ed ipnotico che fa da sottofondo e che trovo estremamente rilassante. Il suo procedere  a scatti dondolanti è come l’auto ciondolamento dei maniaci depressivi, e siccome non mi va di sedermi davanti al muro e ciondolare ossessivamente, prendo il tram. Funziona e vi risparmiate la camicia di forza, provare per credere!

Mastico. Lo so sembra assurdo, ma pensate a quante volte ingurgitate il cibo senza masticarlo e correte via. Io lo faccio spesso, specialmente quando pranzo da sola; faccio in fretta per fare altro e mi accorgo che i battiti del cuore sono troppo alti, il respiro pesante e mi sento agitata. Quindi mi impongo di masticare piano, dieci, venti, cento volte, rallento la ginnastica mandibolare accelerando la digestione, che fra l’altro poi funziona meglio liberandomi dai  reflussi, pesantezza e sonnolenze varie, ma me lo scordo sempre.

Scelgo le classi di yoga astutamente. La lezione di power yoga è una sferzata di energia, si finisce tutte sudate con i bicipiti gonfi, i quadricipiti doloranti e il culo di marmo. Però niente è paragonabile ad un’ora di Yin Yoga dove devi tenere la stessa posizione per cinque minuti e lasciare andare tutto quello che ti trattiene dentro per riuscire a liberare il corpo e a non sentire più dolore ma sollievo. Oppure un’ora di Hatha Yoga lento, con esercizi di respirazione, trattenere il fiato e poi rilasciarlo, concentrarsi sull’immobilità del corpo e della mente, non seguire i pensieri ma fare spazio nel silenzio. Comunque ricordatevi sempre che Let it go is the new vaffanculo.

Passeggio in cerchio. Lo so lo so dopo il ciondolamento iniziate a pensare che io sia strana. In effetti lo sono. Ma provate. Scegliete un percorso rotondo o ovale, tipo pista di atletica, giri del lago, quartieri. Tutto va bene basta che riusciate a passare dal “via” almeno tre o quattro volte. Si chiama “walking meditation”. Il passo deve essere lento e sempre alla stessa velocità, niente auricolari e musica, concentratevi sui rumori esterni e poi cercate di toglierli, uno ad uno fino a concentrarvi solo sul corpo che si muove, sempre uguale, sempre nello stesso modo, sempre sullo stesso percorso.

Vado a tirare i tiri liberi. Questo lo capiscono solo i giocatori di basket. Badate bene, non è andare a fare due tiri al campetto. Solo i tiri liberi. Sempre lo stesso movimento ripetuto all’infinito, costruito in palestra sempre uguale in modo da poterlo rieseguire in partita, quando la pressione è alta e quando ti scagazzi nelle mutande. Allora entri nel loop del movimento. Io mi guardo i piedi, il destro leggermente avanti rispetto al sinistro. Tre palleggi in mezzo ai piedi, fermando la palla ad ogni rimbalzo. Poi mi sistemo la palla fra le mani, gli spicchi orizzontali, il marchio del pallone verso il canestro. Adesso sollevo lo sguardo, la palla appoggiata al petto, inspiro ossigeno, espiro tensione. Non respiro più, trattengo il fiato e tiro, un movimento fluido, la mano frusta l’aria, la palla ruota. Ciuff. Inspiro. Ripetere. Ancora, ancora e ancora.

2 comments

  1. A leggerti per una trentina di secondi mi era perfino venuta voglia di fare yoga, camminare in cerchio o ovale e tirare i liberi…conoscendovla fonte puoi capite quanto apprezzi la tua scrittura…..poi lentamente mi sono rigirata nel letto. Un abbraccio😘

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *