A cosa servono le mani

Ieri mattina ho fatto una lezione di meditazione diversa dal solito.

Ci siamo sdraiati con il blocco da yoga posizionato dietro alla schiena in modo da aprire il torace e il Chakra del cuore. Bisognava ripetere il Mantra legato a questo Chakra (YAM) continuamente e concentrare la mente sul cuore. Per chi non ha mai fatto meditazione probabilmente questo lascia perplessi, ad alcuni farà anche ridere. Ma quando ti trovi lì, segui attentamente le istruzioni della voce calda e rassicurante del Master, ti lasci cullare da questo Yammmmm continuo e ripetuto da 10 voci diverse, lasci che la vibrazione passi dalle tue labbra alla gola e giù fino al centro del tuo petto, rilassi il corpo e “lo perdi” sul tappetino, ecco allora la tua mente si svuota e davvero senti le emozioni liberarsi, il cuore aprirsi, la leggerezza arrivare. E sorridi. Sorridi per tutto il giorno a chiunque incontri per strada. Perché di colpo ti accorgi che “lasciare andare” davvero funziona, e che più sorridi più vivi.

Ieri sera ho fatto un massaggio ad una donna con il cancro al seno.

Sono stata agitata tutto il pomeriggio. Cosa fare, cosa non fare, cosa toccare,  non attivarle il sistema linfatico, quanto andare in profondità  fisica ed emotiva, sciogliere i muscoli e farle male (di nuovo) o stare leggera e rilassarla. Ma poi ci si può  rilassare in questa situazione?

Decido di portare un olio neutro, senza profumazioni forti che in questi casi possono dare fastidio o attivare ricordi. L’olfatto è un trigger incredibile per i ricordi, come la musica.

Mi apre la porta una donna sui 50 anni, capelli corti nero/grigi, arruffati, crespi,  in crescita. Tipici del post-chemio.

Ha le spalle ricurve in protezione. Del seno, del cuore, delle emozioni.

Ha degli splendidi occhi marroni luminosi, un sorriso raggiante e parla un inglese con forte accento francese che fa tenerezza. È decisamente più nervosa di me. Deve mostrare il corpo nudo ad una estranea. Mi dice imbarazzata che non riesce a sdraiarsi a pancia in giù, le fa male. Le sistemo un asciugamano sotto la pancia in modo da non schiacciare il seno.

Inizio a spalmarle l’olio e lei mi racconta che vive in Normandia ed è qui ad Hong Kong per fare un viaggio con le sue due sorelle. Un viaggio per “celebrare la vita”. Il cancro è andato, la chemio finita.

Chiudo gli occhi e lascio che la mani decidano cosa fare. Le lascio libere di andare in profondità dove credono, stare leggere, cambiare ritmo, lascio fare a loro. Perdo il senso del tempo, il massaggio dura molto di più di quello che dovrebbe. Adesso è supina, le sto massaggiando le gambe e nella penombra della stanza la vedo e mi colpisce come uno schiaffo in faccia: la cicatrice sul ginocchio. Un bel taglio da legamento crociato anteriore ricostruito.

Potrei essere io. Cazzo. Potremmo essere tutti noi. La tragedia della rottura del crociato, la tragedia del non giocare più a basket. Tutte cazzate.  Quando poco conterebbero queste cose con il cancro.

Celebrare la vita. Dovremmo farlo sempre, senza aspettare di lottare fra la vita e la morte.

Adesso le sto massaggiando il collo e le abbasso le spalle. E con un sospiro di sollievo lei le abbassa, il torace si allarga e sorride. Il Chakra del cuore. Sorride e sospira e dice, un po’ fra sé un po’ a me:

“It feels so good”

E mi sento felice. Ecco a cosa servono le mie mani. A fare sentire bene.

Sarà che anche il mio Chakra del cuore è aperto, ma mi sento tanto bene anche io.

Sono un pezzo del suo “viaggio per celebrare la vita”.

It feels so good.

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Compleanni moderni

I compleanni dei bambini sono sempre stati un evento. Quando eravamo piccoli, le feste erano tutte uguali e divertenti. Si facevano rigorosamente a casa del festeggiato, si mangiavano panini al latte con prosciutto cotto o salame tenuti insieme con lo stecchino, patatine, succhi di frutta e Coca Cola con la caffeina. Nessuno, a mia memoria, aveva allergie.

Giocavamo tutti insieme e nessuno si annoiava. Andavamo in cortile con la palla, l’elastico e la corda, anche in inverno. Nelle feste più organizzate c’era la caccia al tesoro. Organizzavamo spettacoli da far vedere ai genitori che erano sempre presenti, stavano seduti sul divano a chiacchierare fra di loro e non si impegnavano ad intrattenere i bambini.

Al giorno d’oggi organizzare una festa di compleanno è un’impresa stellare neanche fosse  la pianificazione per la realizzazione della Morte Nera. Ti devi muovere per tempo e prenotare il posto che va di moda (tappeti elastici, palestra da arrampicata, castelli gonfiabili, pattinaggio su ghiaccio, scivoli giganti) spedire gli inviti con largo anticipo per evitare l’odiosa risposta “scusa ma siamo già alla festa di Compleanno di Filippo che la fa al Laser Tag e ci ha invitato 6 mesi fa”.

Se decidi di evitare questi posti super costosi e rumorosi e tornare ai vecchi tempi della festa casalinga, allora devi abitare in un castello e affittare un paio di professioniste del settore che si occuperanno di intrattenere i bambini:

  • Un mago per i giochi di prestigio di dubbio gusto
  • L’odioso pagliaccio IT che trasforma i palloncini in fiori e spade (e che prima o poi se li trascinerà tutti nel tombino) it
  • La tipa del face painting che realizza farfalle glitterate e tigri feroci con il trucco tossico cinese, il quale si scioglierà dopo 5 secondi colando negli occhi e lasciando strisciate colorate sulle magliette di tutti
  • Il cugino di Cracco che sia in grado di cucinare una torta senza glutine, lattosio, arachidi e uova commestibile.

In più quando si vive all’estero si invitano bambini provenienti da paesi diversi, bisogna quindi tener conto delle varie culture. Per qualcuno i regali non vanno assolutamente aperti di fronte a chi te li ha fatti, per  altri assolutamente si e vanno anche ringraziati il giorno dopo tramite un bigliettino o un messaggio con un commento appropriato del tipo:

”Grazie per aver partecipato al compleanno di Giovannino! Giovannino davvero adora il trenino elettrico che gli avete così generosamente donato, era proprio quello che voleva! Giovannino ci giocherà travestito da capostazione per tutto l’inverno, vi manderemo delle foto per dimostrarvi quanto Giovannino  è  felice. Grazie, grazie per aver condiviso con noi un giorno speciale per Giovannino, non vi dimenticheremo mai”

Insomma, una tragedia!

Oppure fate come ho fatto io, ve ne sbattete.

Farei una premessa per chi non mi consce bene, io sono una Rottermaier rompicoglioni.

Obbligo le bambine a mettere a posto i giochi dopo averli usati, ad apparecchiare e sparecchiare il loro piatto, a colorare sul tavolo solo dopo aver messo la tovaglia cerata, a mangiare solo a tavola e non sul divano per le briciole. Per non parlare del cibo spazzatura….inesistente. Niente caramelle, biscotti dopo cena, tortine. Cucino io. I dolci li faccio con il gel di chia al posto delle uova, gli hamburger sono quelli di quinoa e lenticchie, il fritto: questo sconosciuto.

Quindi capirete quanta fatica mi sia costata questa festa di compleanno non-organizzata.

Gli inviti sono stati fatti a voce o via WhatsApp 7 giorni prima. Le bambine presenti erano 6 su 10 (le altre probabilmente erano al laser tag con Filippo), quindi si sono fermate a dormire. La prima ora della festa è stata una lezione di danza obbligatoria dove le ragazze hanno ballato, saltato, sudato e speso tutte le energie spendibili in un’ora per evitare l’esplosione della casa.

Niente doccia per nessuno.

La cena è stata a base di hot dog (ci terrei a precisare che non ho neanche fatto il pane ma ho comprato quello industriale, a base di alcool già tagliato che sa di polistirolo), ketchup, maionese (sempre comprata e non fatta seguendo la salutare ricetta della Mayo senza uova di Marco Bianchi), patatine fritte.  La torta di compleanno era una crostata di marmellata con chili e chili di burro e marmellata di albicocche della Hero. Per gli allergici, niente torta. A seguire film con Pop-corn al burro scoppiettati nel microonde.

Dopo il film è arrivato il bello:

“Cosa facciamo adesso mamma di Emma?”

“Giocate”

“Si ma, a cosa?”

“Quello che volete, inventate qualcosa”

“Ma cosa c’è nel programma?”

“Non abbiamo un programma”

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“Cosa facevi tu mamma di Emma per divertirti alla nostra età?”

“Lanciavo le manine appiccicose delle San Carlo sul vetro e le guardavo scendere”

Così ci siamo messe il pigiama e abbiamo giocato con la versione moderma delle manine di gomma: le squish balls. Palline di plastica gommose ripiene di slime (quello che noi chiamavamo Skifidol) imprigionate in una rete da pescatore, quando le schiacci lo slime esce dai buchi della rete, bellissime! Se le lanci forte si appiccicano sul muro che è una meraviglia.

La mattina dopo a colazione abbiamo mangiato gli avanzi della torta e i cereali con il latte (ebbene si, ho comprato anche il latte…)  una bambina ha iniziato a cantare l’alfabeto con i rutti. Un’altra ha iniziato a fare le scoregge con le ascelle e io non ho mai riso tanto.

Ora il muro è pieno di slime appiccicoso (ebbene si, le squish ball esplodono…), ho scoperto che un lato del divano è dipinto di tempera verde, il tappeto è impregnato di Sprite, la pianta che stranamente non era ancora morta è spezzata in due (non era destino…) ma mia figlia mi ha detto:

“Thanks Ma, best party ever. You are the best” e mi ha abbracciato così  forte da lasciarmi senza fiato.

 Alla fine i bambini sono bambini, smettiamola di trattarli come alieni.

Comprate tante, tante, tante squish ball e Happy Birthday!!!

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I leggings

Partiamo con una notizia scioccante che tutte le donne dovrebbero sapere pur non  essendo  fashion blogger: i leggings non sono pantaloni.

Non sono alla moda (si usavano già negli anni ottanta e, orrore orrore si chiamavano fuseaux), non sono sexy ed evidenziano drammaticamente i difetti di gambe e culo a meno che tu non sia Michelle Hunziker quindicenne nella pubblicità della Roberta.

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Qualora tu avessi davvero il culo perfetto di cui sopra (controlla bene la foto per essere sicura sicura sicura, ma proprio sicura) certamente un qualsiasi vestito, straccio, jeans sottomarca ti renderà più attraente e sexy di un paio di leggings, fidati.

Per chi non lo sapesse, io passo 4/6 ore al giorno in uno studio di yoga, quindi per 4/6 ore al giorno li indosso. Ammetto che sono comodi e dopo un po’ che li hai su ti si “abitua l’occhio” e per una frazione di secondo pensi di avere un bel culo, ma è decisamente un’illusione ottica creata dalle cuciture incrociate e dalle fantasie improbabili dei pantaloni della Lululemon.

Io, tu, noi, non siamo la Michelle.

Ammetto anche che, a volte, sopraffatta dalla pigrizia e dalla fame, esco dallo studio di Yoga e vado a mangiare qualcosa con i leggings addosso in un bar vegano pieno di donne con i leggings. E mai, neanche una volta ho pensato :

“Porca vacca sto posto è pieno di donne sexy”

Per citare Osho “the moment you accept yourself you become beautiful”.  Ecco, forse il mondo sta cambiando, la gente ha iniziato ad accettare se stessa e sta diventando bellissima perché in giro ultimamente si vedono solo culoni in leggings aderenti. Maledetto Osho.

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Dopo questa “premessina” arriviamo all’argomento che mi sta a cuore, tanto da farmi posticipare il post sulle vacanze a Bali: il rapporto fra i leggings e gli Stati Uniti d’America.

Nel ridente stato del Montana, il governatore repubblicano David Moore  ha fatto una proposta di legge che bandisce l’uso di tutti i vestiti che “simulano” parti del corpo (Cit. Time):

 “gives the appearance or simulates a person’s buttocks, genitals, pelvic area or female nipple”

La legge esplicitamente dichiara che indossare pantaloni aderenti “like yoga pants” in luogo non appropriato (ovvero ovunque eccetto in palestra) è da considerarsi indecente e contro la legge. Viene da ridere a pensarci ma ecco, alla terza multa per “leggings” si rischiano 5 anni di carcere. Mi vedo già, io e le mie amiche del bar vegano in prigione, rigorosamente con i Lululemon, ma in prigione. Omh Omh Omh.

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Io in Montana, con i miei meravigliosi Lululemon rosso fuoco. Se li fissi intensamente per 5 minuti ti appare un dinosauro 3D.

Ora spostiamoci nella Sud-West coast, nella soleggiata e ridente California.

Qui i leggings sono liberi, ci puoi andare a fare la spesa, in spiaggia, a prendere i bambini a scuola, probabilmente anche alla Messa della domenica. Non ci vedono niente di indecente. A patto che tu ti sottoponga ad una piccola operazioncina di chirurgia plastica. Infatti qui le donne, per apparire più sexy nei loro leggings, per evitare quel piccolo inconveniente che loro chiamano “camel toe”  si fanno ridurre le grandi labbra della vagina. (Cit. New York Post)

Entriamo nei particolari, il camel toe (zoccolo di cammello) è un tcamelsfootforexceedinglyimportantarticleermine slang angloamericano che identifica la visibilità della vulva umana attraverso gli indumenti. Aggiungerei che questo succede se ti compri una taglia di leggings in meno della pelle, altrimenti la vulva rimane al suo posto, anche se fai la spaccata.

Ma siamo nel 2017, viviamo nell’epoca dei selfie, il buon senso lo abbiamo cestinato almeno un ventennio fa, siccome va di moda l’aderente, allora tutti sotto ai ferri!!

Io mi chiedo, se il buon Dio ci ha fatto le grandi labbra così grandi, sarà perché servono grandi, sono normali, naturali, sexy.

Quindi amici miei aguzzate la vista, se trovate in giro qualche bella donna con i leggings che sembra piatta e asessuata dove non dovrebbe esserlo, non è la Barbie ma una californiana moderna.

Cara grazia vivo ad Hong Kong.

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Hong Kong: Il playground

Mi capita a volte di dover pensare, o di dover smettere di pensare. Ho la testa che produce pensieri, scenari possibili o impossibili, immagini. Sono praticamente un multisala.  Così  scelgo un posto, che diventa il MIO posto dove vado a  riflettere, o a smettere di riflettere. Mi calmo, scrivo mentalmente discorsi da fare, cerco soluzioni, faccio ordine, prendo decisioni, zittisco.

Da ragazzina andavo “al lago”, il campeggio dei miei genitori, un villaggio di roulottes in mezzo al verde. Scavalcavo la rete e mi arrampicavo sulla collinetta sopra ai bagni. Lo so avrei potuto trovare un posto migliore, più  pulito e profumato. Ma i posti, come le persone e i momenti non si scelgono, arrivano così e te li tieni. Da lì sopra si vedevano  il lago, la fornace, le colline, il tramonto, i lampi durante un temporale, l’arcobaleno dopo. Stavo li finché le zanzare non mi massacravano le gambe, finché la pioggia non mi ghiacciava le ossa, finché la mia testa era svuotata, i sentimenti placati.

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Ad Alessandria andavo a fare “le vasche” in Via Roma. Non è detto che serva un posto silenzioso e senza gente per pensare…anzi.  Le luci delle vetrine, il freddo pungente e umido, l’odore delle caldarroste, le facce sconosciute, l’accento e la erre moscia alessandrina, tutte cose rilassanti per me.

Ad Aiello passeggiavo fino al Mulino di Miceu, raccoglievo bacche, correvo con Argo, lo accarezzavo, saltavo le pozzanghere, respiravo l’odore dei campi e del concime. Poi lui si sdraiava in mezzo ai fiori con la lingua penzolante, felice, e io ero di nuovo serena.

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A Shanghai andavo in giro per la città con lo scooter elettrico rischiando la vita ad ogni angolo. Sarà che mi concentravo sulla strada, ma mi calmavo in un batter di ciglia.

Qui ad Hong Kong vado al Playground di Wan Chai. Come oggi. Piove. Mi siedo sulle tribune bagnate e mi fisso i piedi. Ho delle orribili ballerine, vorrei avere le Air Jordan. Vorrei avere le ginocchia sane. Vorrei andare in mezzo a quei ragazzini di sedici anni che giocano sotto la pioggia e fargli vedere come si fa. Perché prima di avere tutti i posti sopra elencati, avevo il basket. Avevo il campo, gli allenamenti, il sudore, lo spogliatoio, l’adrenalina, e bastava per tutto.

La palla rotola verso di me, un ragazzino cinese fradicio di pioggia e sudore mi guarda. La raccolgo con la mano sinistra e con una frustata perfetta gliela spedisco a bomba in mezzo al petto. Mi guarda scioccato.

“Ciccio un playmaker che si rispetti deve saper usare la sinistra, e io sono un playmaker con i controcazzi”

Mi fissa per un attimo stordito. Per la pallonata che questa “signora” gli ha schiantato addosso o perché  non capisce l’italiano…alla fine mi fa un sorriso di cortesia e torna al suo tre contro tre.

Che posto rilassante il playground. Questo è proprio il MIO posto.

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La Pazienza delle mamme

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Tutti dicono che la pazienza la si impari quando si diventa mamma, ed evolva con l’età del bambino.

Inizia da subito, durante le ore di tortura del travaglio. Quando ti dicono di respirare e di non contrarre la pancia, che passa, sono solo un paio di ore (o di giorni per le meno fortunate) che poi mica stai morendo, stai dando alla luce un bambino. Quindi respira, urla parolacce, pensa le peggio cose riguardo a tuo marito che ti ha fatto questo, odia l’ostetrica, spegni la luce, accendi la luce, cammina, sdraiati, manda a cagare l’infermiera con il succo di frutta, ma mi raccomando, porta pazienza.

 Le notti passate a camminate per la casa fredda e buia con il fagottino in braccio che non ne vuole sapere di dormire e magari ha pure le coliche (Santa Pazienza le coliche!)

Il libro, sempre lo stesso, letto e riletto 100 volte al giorno, con il sorriso, con le voci diverse, contando quanti fiori ci sono nella prima pagina, quante lumachine viscidose nella seconda, quanti cazzo, ops, scusate…quanti meravigliosi funghetti nella terza. Fossero almeno allucinogeni….

No. No. No. No. No. No. No. No. No. No.

Le verdure, nascoste prima nelle minestrine frullate, poi nelle polpettine fatte a forma di cuore, poi affettate a forma di fiore, poi grattuggiate con l’apposito attrezzo comprato su Amazon che mentre le affetta le riempie di brillantini, probabilmente cancerogeni, ma molto cool. Verdure sputate, imboscate nel tovagliolo, lanciate sul muro, sparse per il piatto così sembrano meno.

Perché. Perché. Perché. Perché. Perché. Perché. Perché.

Il parcogiochi e l’altalena. Ore e ore passate sotto al sole a spingere l’altalena. All’inizio sei felice, attività mamma/bambino, ti si riempiono le orecchie della sua risata e il cuore di gioia. Ma il sole si è abbassato di un grado, quello che basta per fare partire un raggio che si riflette sullo scivolo di metallo, rimbalza sulla monkey bar, trapassa le tue pupille senza occhiali da sole e si conficca direttamente nella tua corteccia cerebrale facendo partire un attacco di emicrania. Fa anche un cazzo di caldo. Inizi a sudare. Ma non si stanca mai? Alla terza ora di fila odi, ODI, ODI, l’altalena. Ma sei paziente.

Potrei andare avanti per giorni a scrivere momenti di infinita pazienza regalati alle mie bambine, ma oggi ho scoperto che una mamma non impara cosa significhi veramente LA PAZIENZA fino a che le testoline delle principesse  non vengono infestate dai pidocchi.

La mia storia con loro inizia 2 mesi fa, quando trovo il primo odioso animaletto camminare per la super folta, bionda, riccia e lunga chioma di mia figlia. Ma io sono una mamma calma, non mi faccio certo spaventare dai racconti raccapriccianti delle altre mamme, sono pragmatica, sono serena. Compro uno shampoo agli olii essenziali con cuffia e pettinino a maglie strette in metallo, tratto i capelli di entrambe le bambine, li pettino rimuovendo i pidocchi morti e le uova, cambio lenzuola e federe e vado a letto serena e tranquilla.

“Beh dai la fanno tutte cosi lunga, mica è cosi tremendo…”

Dopo una settimana ripeto il trattamento, le ragazze non si grattano più e io mi sento superiore alle media delle mamme isteriche. Tante storie per niente.

Come da programma prestabilito per l’eliminazione del pidocchio in 5 mosse, mi appresto dopo 10 giorni al  controllo della testa di Emma. Parto dalla nuca per praticità e dopo mezz’ora ho spulciato solo 1/10 della sua testolina folta, bionda, riccia e lunga e ho trovato qualcosa come 100 uova.

Niente panico, sono una mamma calma, serena, pragmatica. Porto Emma dal parrucchiere, iniziamo ad accorciare la sua folta, bionda, riccia e lunga chioma. Mi informo su internet e immergo le maglie del pettine nell’aceto riscaldato che dovrebbe sciogliere la colla con cui le uova stanno appiccicate al capello. Rilavo tutte le lenzuola e le federe a piu di 60 gradi, giusto per stare tranquilla lavo i materassi e i cuscini con la 100 gradi. Avevo decisamente sottovalutato i pidocchi, ma ora sono tranquilla, li ho sterminati di sicuro.

Passano 7 giorni. Ora del prossimo trattamento. Le teste sopidocchio2no piene di uova ed io comincio a grattarmi. Leggo, studio, mi informo, praticamente mi laureo in pediculosi. I  Pediculs Humanus, volgarmente detti pidocchi, hanno un ciclo di vita di circa 2 mesi, 8 giorni perché la lendine (volgarmente chiamata uovo) maturi e nasca la Ninfa di primo stadio, altri 7 giorni perché la ninfa cresca e raggiunga la dimensione adulta, e poi 4 settimane in cui i Pediculs Humanis festeggiano facendo orge di sangue e sesso in testa.

Si perche un esemplare adulto “si nutre di sangue che aspira pungendo il cuoio capelluto, causando così un forte prurito, durante la puntura il pidocchio secerne una sostanza che ha la proprietà di anestetizzare la cute in modo da non infastidire l’organismo ospite e limitarne quindi qualsiasi reazione avversa (astuti, nda). Il pidocchio inietta inoltre una sostanza anticoagulante che rende il sangue fluido durante la suzione che si protrae per diverse ore; la quantità succhiata è di circa 1 mg, un’enormità rispetto alla massa del parassita. Il pidocchio compie l’operazione descritta due volte al giorno e per tutta la durata della sua vita. In un mese ogni femmina, che depone circa 10 lendini al giorno, può riprodursi in una discendenza complessiva di circa 45.000 individui, che dopo due mesi arriverebbero all’impressionante cifra di 6.750.000.”

Comunque sono una mamma calma, serena, pragmatica. Dopo tutto sono un’insegnante di yoga per la madonna. Sotto trovate una mia foto, sorridente, mentre con tranquillità stermino, volevo dire rimuovo delicatamente le 6.750.000 lendini dalla testa di mia figlia.

Namastè.

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Macao: Nate per il trash

Andare a Macao è come intraprendere un viaggio spazio-temporale .

Adoro questa città, un guazzabuglio di culture, a metà strada fra una decadente Lisbona, una brutta cittadina cinese e Las Vegas.

Esci e inizi a passeggiare fra le stradine in salita pavimentate con il tipico mosaico portoghese, in mezzo a palazzine che cadono a pezzi alternate da case coloniali ristrutturate con colori caldi e accesi, platani secolari,  nomi delle strade scritti in portoghese e cinese dipinte su Azulejos.

Arrivando qui dalla Cina ci si sente un poco a casa,  le numerose chiese che si incontrano camminando,  il suono delle campane e la via pedonale piena di negozi che sfocia nella piazza delle rovine della chiesa di Sant Pau hanno il tipico aspetto Europeo. Ogni tanto si apre un cortile e di colpo ci si ritrova in una colonia del XVI secolo, seduti sotto i platani a sventolarsi per la calura e a sorseggiare bicchieroni di acqua ghiacciata.

Ma parliamoci chiaro, questo non è il blog di “turisti per caso” e io sono io, non sono la Syusy Blady.

Io sono nata per il trash, quindi vi  parlerò solo dei Casinò, dei glitter, degli spettacoli, della parte mondana di Macao vissuta in tre folli ore insieme alla mia meravigliosa – quasi novenne – figlia.

Partiamo con uno scopo ben preciso in mente, lo spettacolo Thriller su Michael Jackson. Ci glitteriamo ben bene per l’occasione e partiamo con anticipo, perché il musical si svolge al Parisian, il nuovo Casinò di Macao e noi vogliamo visitarlo con calma.

 

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“Mamma guarda! The Eiffel Tower!”

“Pensa Emma che quella vera è ancora più grande….”

“No way….cool!”

 

 

Entriamo nella hall del Parisian ed è subito la fiera del kitsch, gente mascherata in ogni angolo che passeggia come fosse fra le strade di Parigi, cinesi sudati e stravolti che escono dal Casinò dopo una nottata trascorsa al tavolo da poker, affreschi, tappeti, tendoni di panno rossi alla Maria Antonietta…cerco immediatamente Lady Oscar invano. Aimè non trovo neanche una ghigliottina finta.

Passeggiamo allegramente per Parigi mano nella mano, Emma fa domande su tutto, io mi trovo in difficoltà a spiegare esattamente dove ci troviamo e come mai questo “albergo” sia così grande da sembrare un Super Mega Mall, perché piaccia alla gente, cos’è a tutti gli effetti un Casinò e cosa ci faccia qui dentro un teatro…

Vengo salvata da Michael, la sua gigantografia la distrae dall’ennesima domanda ed entriamo subito in modalità concerto. Emma in effetti è al suo primo spettacolo e questo le crea un misto di eccitazione, attesa e paura dell’ignoto.

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“E se si travestono da zombies e mi fanno paura come nel video vero?”

“Puoi chiudere gli occhi e sentire solo la canzone”

“Non ce la faccio…non resisto…voglio vedere”

Come la capisco.

Lo spettacolo inizia e veniamo travolte dai costumi, balli, canzoni, luci. Ogni tanto la guardo e non capisco cosa prova o pensa, la vedo concentrata, occhioni azzurri sbarrati nel tentativo di raccogliere più informazioni possibili, ginocchia rannicchiate in protezione in caso arrivino gli zombies.

Alla fine gli zombies arrivano, ma ci fanno ridere e non paura.

Finiamo il concerto in piedi ballando, applaudendo, urlando “aaaaauuuuh” alla Michael Jackson e chiamandolo a gran voce insieme a tutti gli altri. Perché qui a Macao in mezzo a questa follia finta e dorata, lui non è morto. È vivo e vegeto, non è pedofilo, non gli cade il naso, è persino felice, canta con la sua voce inimitabile, fa il moonwalk, la scossa, cade in avanti e torna indietro e tutto il resto del repertorio. L’arena impazzisce.

Dio se canta bene.

Dio se balla bene.

Dio se è vivo.

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“Mamma io voglio vivere qui”

“A Macao?”

“No a Parigi dove vive Michael Jackson”

Ecco. La adoro, è completamente rapita da questa follia. Sento il trash crescere dentro di lei e ne vado fiera; giriamo l’angolo e troviamo dei ballerini/maghi/russi che fanno un numero in mezzo ai corridoi. La guardo e le sussurro:

“Emma che dici, ritardiamo il rientro e ci facciamo un giro a Venezia?”

Non mi serve una risposta, mi basta il suo sorriso smagliante.

Prendiamo un taxi direzione Venetian e in cinque minuti ci ritroviamo a passeggiare  sul ponte di Rialto, con le gondole a destra, i negozi a sinistra e il soffitto di finto cielo che cambia luce. Iniziamo a sentirci come nel Truman Show. Vogliamo il cielo vero e tra il Canal Grande e l’ennesimo ponte non troviamo l’uscita.

“Mamma voglio andare fuori da questa cosa”

“Anche io tesoro, torniamo alla vita”

E a voi tutti cari lettori:

“Buongiorno…e casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!” (Cit.)

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Hong Kong: Ceretta cinese e indiana

Quattro anni fa ho fatto la ceretta per l’ultima volta. Passare al rasoio è stato un attimo, è un po’ come fare giardinaggio, di volta in volta vedi il frutto del tuo lavoro crescere rigoglioso. Sempre più folto e forte, vedi i peli sfidare la forza di gravità e bucare anche le calze più resistenti, li vedi diramarsi e crescere in due da uno stesso bulbo. Son soddisfazioni. Ma non sono sempre stata così. Ho deciso di passare alla rasatura facile e veloce dopo aver fatto la ceretta a Shanghai 4 anni fa.

Andai in uno di quei centri per “espatriate” dove usano i prodotti importati perché  quelli cinesi ti squamano la pelle, ti fanno venire l’orticaria o se sei sfigato l’epatite B.

Ora vorrei aprire una parentesi e parlare direttamente a tutti i lettori maschi:

“Amico mio che segui il blog, sto per parlare di cose molto femminili e molto personali e decisamente poco interessanti dal tuo punto di vista. Fidati, non succede solo a me ma anche alla tua compagna/fidanzata/moglie, quindi se vuoi continuare ad avere una vita sessuale decente, senza pensare alla ceretta ogni volta che le togli le mutandine, allora smetti di leggere, prometto che il prossimo post sarà unisex”.

Dove eravano rimaste? Ah già, l’estetista cinese che a Shanghai non si chiama estetista bensì “waxing expert”. E ci si fida di una esperta di ceretta no?

Ecco. Io mi fidai.

Le dissi di depilarmi le gambe e l’inguine.

“Di che forma?”

Orpo…non sono preparata…

 “Che forme ci sono?” (spero ci sia Batman, se c’è Batman lo faccio, voglio Batman, dimmi Batman….)

“A voi piace la Brazilian”

“A voi chi?”

Risata nervosa…. “voi americane che parlate inglese”. Certo.

“Vada per la Brazilian, se piace a noi americane…”

L’esperta mi consegna un accappatoio di seta, altro che mutandoni di carta usa e getta che ti si gonfiano da tutti i lati facendoti sentire un canotto. Mi stendo sul lettino fra i fiori e gli incensi e mi rilasso…non mi sono mai rilassata a fare la ceretta. Stai a vedere che la seta cinese ha lo stesso effetto dell’aulin e non sento dolore.

L’esperta rientra con asciugamani umidi, creme lenitive e fornellino rovente dove sbollenta della cera gialla appiccicaticcia. Mi apre lentamente l’accappatoio e sbarra gli occhi:

“Ooohhh”

Ooooohhh cosa? Ce l’hanno diversa le americane?

Prima sospira, poi osserva attentamente i peli, li pettina, controlla in che direzione crescono, valuta il vento, calcola i gradi, misura sulla carta con il gognometro di quanto deve ruotare la base della Brazilian, poi versa due gocce di ceretta alla volta e continua così, di due gocce in due gocce. Dopo la prima mezz’ora siamo sempre sul lato destro della base della cazzo di Brazilian.

“Scusa, non possiamo fare più in fretta? Dovrei depilare anche le gambe, basta che fai una strisciata tutta insieme e vai decisa”…

Lei emette un suono stridulo a metà fra una risata imbarazzata di una sedicenne e le unghie strisciate sulla lavagna, sbarra gli occhi e scuote la testa risentita.

“I peli si strappano nella direzione in cui crescono”

“Si ma la direzione non devi proprio proprio calcolarla come se stessi progettando una nave stellare alla Nasa, più o meno vanno di lì vedi?” le mostro con il ditino

“Fai una bella striscia in questa direzione” le rimostro

 “e vedrai che vengono via tutti” le sorrido.

L’esperta è arrabbiata adesso. Continua silenziosamente a togliere gruppi di 4 peli alla volta. Io non dico piu’ niente, lei d’altro canto ha in mano una spatola piena di cera bollente e non mi sembra  tanto ben disposta nei confronti di questa americana con i peli che crescono ad minchiam.

Due ore dopo uscii dal centro con la mia bella Brazilian (Batman era meglio) e le gambe depilate. Una ceretta costò come 12 massaggi ai piedi e io decisi di fare più massaggi ai piedi e di comprarmi un rasoio.

Quattro lunghi anni passarono e la bella americana si trasferì con il suo bel rasoio e la sua rigogliosa Brazilian ad Hong Kong.

Dopo un paio di settimane qui mi accorgo subito che qualcosa non va, mi depilo la mattina sotto la doccia e la sera sono già cartavetro. L’umido accelera esponenzialmente la crescita del pelo, i bulbi germogliano ad un ritmo che neanche l’erba gramigna concimata riesce a tenere. La pelle mi si arrossa e io sono tentata di abbandonare pure il rasoio e lasciarmi al naturale (le cose naturali vanno tanto di moda, go green, go vegan, go pelo). Poi la mia nuova amica Patrizia mi illumina:

“Io vado dalle indiane a fare la ceretta, hanno i peli neri e grossi come noi e si depilano tutte” mi dice.

Prima di tutto penso: “noi chi? Le americane? No pirla che sono, noi occidentali con i peli che crescono ad minchiam.”

Secondo pensiero: “che faccio, prenoto e debello il giardino? “

Prenoto. Da Freeda, beauty salon indiano, un nome una garanzia. Freeda Kahlo sono tua.

Noto subito la differenza con il magnifico centro cinese, Freeda è un postaccio. Niente incensi e fiori, niente accappatoi di seta o menù su cui scegliere le forme.

Freeda mi consegna un gonnellone di carta usa e getta, più comodo e rapido dei mutandoni. Da sdraiata sembro in sala operatoria.

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Rientra, solleva la carta e dice:

“Rasoio?”

“Emh, si”

“Da quanto?”

“Un anno?”

“Non mentire….”

“Quattro…”

“Bene. Devo usare la ceretta con le perle blu di salcazzo, che questi peli sono troppo spessi per la ceretta normale. ”

“Facciamo una Brazilian?”  dico, per stemperare la tensione.

“No tolgo tutto”

Si infila i guanti di lattice, come un chirurgo. Il problema è che toglie tutto tutto. Toglie peli che non sapevo di avere in posti dove non pensavo potesse mettere la ceretta. Ma la ceretta ce la mette.

40 minuti dopo, ad un prezzo onesto, ho di nuovo la pelle liscia.

Ho lasciato anche l’impronta del mio corpo sudato sul lettino dalla tensione, le perle blu di salcazzo non sono assolutamente imbevute nell’aulin e le radici delle mie piante erano forti.

Peccato perchè era un bel giardino.

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